In Duomo l’incontro del patriarca dei Maroniti in Libano con il laicato ambrosiano: «Malgrado le guerre e le tensioni internazionali, nel nostro Paese vogliamo provare che convivere è possibile. Occorre insistere sulla moderazione e sul confronto»

di Annamaria BRACCINI

Boutros_laici

«Lei sa molto bene con quanta gioia io sia qui. La nostra amicizia risale ai tempi in cui lei era rettore della Pontificia Università Lateranense e so quanto ha fatto per le Università cattoliche in Libano». Il V incontro della serie “Evangelizzare la metropoli”, che vede in Duomo la presenza e l’intensa testimonianza di Sua Beatitudine, il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca dei Maroniti in Libano, nel doppio appuntamento della mattina con i preti e della sera dedicato ai laici, è anche un modo per rendere concreto, nei gesti, il rapporto di fratellanza che lega la Chiesa maronita a quella Ambrosiana. A partire dall’amicizia personale tra il Cardinale ospite e il cardinale Scola, che data da molti anni e che pochi mesi fa ha fatto sì che fosse proprio il Patriarca ad accompagnare l’Arcivescovo nel suo viaggio in Libano e in Iraq. Lo ricorda Scola, unitamente ai molti ruoli ricoperti dal Pastore maronita, protagonista del dialogo ecumenico e interreligioso di altissimo rilievo internazionale e figura di riferimento per l’intero Medio Oriente.

«Nel nostro Paese esistono sette Chiese che portano il patrimonio di Cristo. Questa varietà cattolico e ortodossa che vede anche la presenza delle Chiese evangeliche in Libano (la Chiesa maronita-antiochena, tuttavia, è l’unica a non essere divisa tra diverse confessioni cristiane, essendo sempre rimasta fedele a Roma), testimonia che non rappresentiamo una minoranza. Siamo in Libano da duemila anni e abbiamo formato lo strato profondo della cultura in Medio Oriente», avverte subito il cardinale Béchara, ascoltato con attenzione dai moltissimi che siedono tra le navate della Cattedrale, tra cui il Console generale del Libano a Milano, Walid Haidar, e – oltre al Consiglio Episcopale Milanese -, molti rappresentanti di associazioni, gruppi, movimenti e realtà parrocchiali.

«Insieme all’Islam abbiamo costruito una cultura medio-orientale, un modo di vivere insieme, tanto da poter pensare a un Medio Oriente dove i musulmani sono, in gran maggioranza, moderati proprio perché ci siamo trasmessi vicendevolmente i valori». Un punto, questo, sul quale il Patriarca, come in mattinata, torna più volte e che diventa questione fondamentale per il futuro non solo cristiano della tribolata area mediterranea. «Noi teniamo a questa convivialità delle culture, delle fedi e della civilizzazione per promuovere il dialogo, dicendo con chiarezza che un Medio Oriente senza i cristiani non è più Medio Oriente. Si parla tanto di diritti, ma i diritti divini dove sono? Viviamo un momento difficile di guerra dovuto a problemi interni, come pure a questioni esterne, ma l’evangelizzazione con l’impegno dei laici, dei giovani, la proposta della catechesi, il fiorire di vocazioni, è in buona salute».

Il pensiero torna al Libano e al suo sistema-Paese, unico, forse, nel mondo: «Mentre tutte le Nazioni islamiche sono teocratiche, noi abbiamo creato una democrazia, in cui cristiani e musulmani partecipano ugualmente alla gestione dello Stato». Non a caso, il Libano è l’unico Stato del Medio Oriente che ha firmato la Dichiarazione universale dei diritti umani. «Siamo aperti al pluralismo, così la nostra posizione costituisce, politicamente, un ponte tra Occidente e Oriente. Come diceva Giovanni Paolo II, rappresentiamo un modello di cultura e di libertà. I cristiani e gli islamici mediorientali vedono in noi un “polmone”, un caposaldo: vogliamo continuare a esserlo».

E, dopo un momento di silenzio, il Cardinale aggiunge: «Lavoriamo con gli ortodossi e gli evangelici, tanto che ci incontriamo nei nostri Consigli di Patriarcato, studiando questioni di attualità, ed esistono commissioni ecumeniche che applicano i principi del Concilio Vaticano II. Celebriamo insieme la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Abbiamo, inoltre, due Commissioni: una che tratta dei rapporti con l’Islam a livello sociale, mentre la seconda si occupa solo di questioni nazionali e politiche, organizzando vertici due o tre volte l’anno. Quando c’è un buon musulmano e un buon cristiano, l’uno accanto all’altro, non temiamo nulla. Vivendo in comune, pur senza parlare del Vangelo, trasmettiamo valori umani cristiani, di libertà, della dignità della persona e, senza accorgercene, formiamo un’identità costruita insieme. Non è un dialogo teologico, ma di vita, di cultura, di esperienza condivisa»

Certo, non si possono negare i gravi nodi internazionali: «Il conflitto tra l’Arabia Saudita e l’Iran, che ė, in realtà, conflitto tra sunniti e sciiti, ha determinato che molta della nostra gente non creda più in niente. La realtà di due milioni di profughi su quattro milioni di abitanti libanesi ha conseguenze enormi. In Siria e in Iraq rimangono, con la guerra, ormai poche nostre strutture, perché ci sono città quasi desertificate, relativamente alla popolazione cristiana, come Oms, ma i Vescovi e i sacerdoti sono rimasti. Questo è un gran segno. Malgrado tutto quello che viene dall’estero, dalle tensioni mondiali e dalle guerre, vogliamo provare il contrario: che convivere è possibile. Occorre insistere sulla moderazione e sul confronto».

Infine, il suggerimento che si fa quasi preghiera: «Non pensate all’Islam attraverso gli integralisti come Al Quaeda o l’Isis. Bisogna ricreare condizioni di pace, non basta, pur meritoriamente, accogliere i profughi, non si deve crearne. Non dimentichiamo che i musulmani vorrebbero che i cristiani tornassero alla fede: voi europei potete aiutare molto a mantenere la stima dell’Islam nei confronti del Cristianesimo».

Ma cosa imparare, allora, dall’esemplarità libanese? A chiederlo al Patriarca è, in conclusione, il vicario episcopale, monsignor Luca Bresssan. «La nostra società è piccola. Scuola, matrimoni misti, vita di tutti i giorni, il fatto che nessuno lasci i propri anziani in istituti: condividiamo moltissime cose e ci conosciamo tutti. Qui a Milano è diverso. Però, dove è possibile, si possono creare vincoli di dialogo, partendo dai legami sociali. Credo che l’impegno di giovani, per esempio, abbia qualcosa di divino. Una Mano dall’alto ci tiene insieme». 

 

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