In occasione del 25 aprile il prete “ribelle per amore”, 93 anni, ha ricevuto il Premio Lazzati dal presidente della Fondazione Ambrosianeum Marco Garzonio

monsignor Giovanni Barbareschi

È il protagonista assoluto del 25 Aprile Ambrosianeum. Don Giovanni Barbareschi, 93 anni, «“ribelle per amore”, esempio di prete, maestro di vita», come recita la targa del Premio Lazzati conferitogli questa mattina dal presidente della Fondazione Marco Garzonio, catalizza l’attenzione e le emozioni del pubblico che affolla la Sala Falck, strappando applausi a scena aperta e momenti di commozione.

«L’importante nella vita non è ciò che fai, ma ciò che sei. Io che sono prete non voglio diventare santo. Voglio diventare un uomo libero», esordisce il sacerdote, partigiano, prete dal ’44, incarcerato per 72 giorni e torturato a San Vittore nello stesso anno, salvatore di oltre 2.000 vite umane e poi medaglia d’argento della Resistenza, Ambrogino d’Oro, Giusto delle Nazioni.

Don Barbareschi ricorda come la sua vocazione alla libertà sia un insegnamento familiare – il padre non aderì mai al Fascio e nel 1936 impedì alla moglie di consegnare la fede nuziale allo Stato -, e il suo colloquio col Cardinale Schuster nel ’44 per comunicargli il desiderio di entrare nella Resistenza, insieme a don Carlo Gnocchi («lui si inginocchiò, disse una preghiera e rispose: “Seguite la vostra coscienza. Queste sono scelte personali, io non c’entro”»).

Degli anni nella Resistenza don Barbareschi rievoca «i passaggi segreti per salvare gli Ebrei e i renitenti a Salò. Sono finito a San Vittore per aver aiutato alcuni Ebrei in partenza per il campo di Clès, sopra Bolzano. Mi hanno picchiato, torturato, ma io ero felice perché lottavo per la libertà. E la libertà non te la porta nessuno, non te la dona nessuno. È una conquista di te per te stesso».

Commosso, don Barbareschi racconta dell’udienza di cui fu protagonista con il cardinale Schuster, una volta scarcerato, lui in abiti da galeotto, l’altro con la veste talare: «Aveva saputo del mio arresto e delle torture, sapeva che non avevo parlato», dice. Ed ecco il flash, fotografico: «Lui mi vede, viene da me che ho 23 anni, si inginocchia davanti a me, mi bacia le mani e mi dice: “Nella chiesa primitiva i vescovi facevano così con i martiri”».

Libertà è il leit-motiv dell’intervento di don Barbareschi: «Quando compi un atto di libertà scopri la grandezza di essere uomo», dice. Ancora: «La libertà la costruite voi, su voi stessi. Per la libertà vale la pena di vivere, solo per questo. Chiedetevi se siete uomini liberi. Non sdolcinate la parola chiedendovi se siete “democratici”».

Le Penne Nere del Coro Ana di Limbiate intonano i loro cori, don Barbareschi canta, la mano sul cuore: «Mai un mio intervento si è concluso così bene», sorride. Poi il Premio. E lui che commenta, commosso: «Certe volte possono parlare solo le lacrime».

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