A 65 anni dalla morte del Beato, il Presidente della Fondazione a lui intitolata riflette sugli elementi profetici della sua azione, non limitata alla sfera sanitaria, perché «il male chiede di essere affrontato con uno spirito forte di solidarietà e di condivisione»

di Annamaria Braccini

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Don Carlo Gnocchi

Sono trascorsi 65 anni da quando, il 28 febbraio 1956, moriva a Milano don Carlo Gnocchi. Il papà dei mutilatini, oggi Beato, fondatore di quella “Pro Juventute” poi divenuta la grande Fondazione che porta il suo nome e il cui presidente, don Enzo Barbante, così riflette sulla visione profetica che animò don Carlo: «La caratteristica fondamentale che emerge dalla sua personalità – e che mi pare di grande attualità -, fu la capacità di prestare una cura personalizzata, un’attenzione alla singolarità della persona, da accompagnare non soltanto nel recupero di natura clinico-sanitaria, ma anche nella sua piena realizzazione umana. Da qui una forte attenzione per una cura che fosse segnata dalla relazione personale che coinvolge l’operatore insieme all’assistito».

Quindi si tratta di compiere concretamente «la restaurazione della persona umana», come s’intitola il saggio forse più impegnativo don Gnocchi?
Certo. L’obiettivo fondamentale di don Carlo era fare in modo che la difficoltà e la fragilità non impedissero alla persona di essere pienamente protagonista della propria esperienza umana. L’impegno, allora, fu quello di favorire il pieno recupero dell’individuo, mettendo a sua disposizione tutte le risorse possibili al fine di permetterne un vero inserimento nella società, dando un senso e una piena valorizzazione alla vita di chi veniva sostenuto anche nel contesto della quotidianità.

È lo sguardo che qualcuno dei suoi mutilatini ancora vivente ricorda?
La testimonianza offerta da quanti lo hanno conosciuto è proprio questa: la prossimità di don Carlo alla loro condizione, per cui nessuno veniva visto semplicemente come un malato, un disabile, un fragile, ma prima di tutto come una persona, e come tale accostata con una partecipazione, una tenerezza, una vicinanza davvero straordinarie. Infatti raccontano che uno dei caratteri fondamentali di don Carlo era l’umanità con cui si poneva accanto alle persone sofferenti.

Cosa può insegnare tutto questo in un tempo nel quale l’aspetto clinico-medico è fondamentale, ma in cui ci troviamo anche ad affrontare un’emergenza spirituale?
Tra gli aspetti più negativi che ha sollevato la pandemia, oltre quello della malattia fisica, vi è la solitudine in cui vengono a trovarsi le persone colpite. Una situazione causata dall’isolamento e dal distanziamento. In questi mesi ci siamo resi conto di quanto sia importante favorire il più possibile un’assistenza capace di mantenere attenzione a questa condizione di isolamento, fornendo quindi un apporto umano, una capacità per poter affrontare il male facendo sentire ai malati che non sono abbandonati e non sono soli. Da questo punto di vista, lo sforzo a cui tutti i nostri operatori sono chiamati è quello di fornire non solo la necessaria assistenza, ma di dimostrare che si è “accanto”, condividendo la situazione di sofferenza. E questo è un richiamo molto importante per tutta la nostra società, perché il male chiede di essere affrontato con uno spirito forte di solidarietà e di condivisione.

 

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