Redazione

Il racconto di padre Dino Giacominelli, parroco a Bonpara: su 7.000 cristiani, 3.000 appartengono alle etnie tribali. «Sono i più poveri ed emarginati», racconta.

Padre Dino è un uomo dalle mani grandi, spalle larghe e un modo di fare spiccio. Missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), di origine mantovana, ha 44 anni e dal 1991 è nel nord del Bangladesh, nella cittadina di Bonpara. Su tre milioni di abitanti, solo 7.000 sono cristiani. Gli altri in maggioranza musulmani. «La situazione sociale in Bangladesh è piuttosto complessa. Innanzitutto la povertà diffusa è aggravata dalle continue alluvioni. Inoltre, vi è una delle più alte densità abitative del mondo: più di una persona per metro quadro. La speranza di vita alla nascita per gli uomini è di 50 anni, per le donne di 55».

Per far fronte alla carenza di strutture pubbliche, la parrocchia, fin dalla sua fondazione che risale a 40 anni fa, ha dato vita a scuole e a un dispensario. «Abbiamo diverse scuole, sia nella città che nei villaggi. In tutto i nostri alunni sono circa 3.000, non solo cristiani ma anche musulmani. Abbiamo anche due ostelli per ospitare gli studenti delle scuole superiori con 150 posti ciascuno. Le suore dell’Immacolata inoltre gestiscono un dispensario e c’è un centro cucito che coinvolge circa 200 donne che così hanno una lavoro».

Tante attività che nascono da esigenze concrete, gestite in collaborazione con la popolazione locale ovviamente. «Le scuole sono nate per dare alle famiglie dei villaggi, in particolare, l’opportunità di mandare i figli a scuola. Altrimenti non ci sarebbe niente». Fra i 7.000 cristiani della parrocchia, circa 3.000 non sono bengalesi, ma appartengono alle etnie tribali: «Sono spesso i più poveri, vivono nei villaggi. Quando lavorano sono mal pagati tanto che non sempre riescono a mangiare tutti i giorni il riso, che è alla base dell’alimentazione di tutti in Bangladesh».

«Per quanto riguarda la vita della parrocchia, la partecipazione è molto alta. E questo per una ragione molto semplice: l’uomo asiatico non può vivere senza religione. E’ assolutamente naturale per un asiatico dedicare del tempo alla preghiera, partecipare alle celebrazioni. E’ un po’ l’opposto rispetto alla situazione italiana di oggi dove invece è solo una minoranza che abitualmente dedica del tempo alla preghiera».

«Inoltre», spiega padre Dino, «l’appartenenza religiosa è un fattore identitario molto importante. Se non appartieni ad una religione non sei parte di un gruppo, sei solo. E questo senso di appartenenza è anche la molla per i gesti di solidarietà. E così accade che quando qualcuno deve ricoverarsi in ospedale, parenti, amici, conoscenti del villaggio lo aiutano nel sostenere le spese, visto che lo Stato non passa quasi nulla, solo l’intervento del medico, mentre infermieri, vitto, medicine e ogni altra cosa occorrente per curarsi bisogna pagarla».

«Segni di speranza? Penso che per i bengalesi la speranza potrà venire se ci sarà innanzitutto più libertà religiosa. E non solo per i cristiani, ma anche per i musulmani visto che il fondamentalismo si sta diffondendo anche in Bangladesh. Inoltre, ci si dovrà impegnare di più perché anche le minoranze, i più poveri quindi, siano rispettate così come la donna, che vive ancora in una situazione di sudditanza rispetto agli uomini».

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