Il settimo dei sedici convegni regionali in vista della Settimana sociale di Torino

Azione Cattolica

«Le cose normali non camminano più come prima: è necessario ritrovare dentro di noi la pienezza dell’entusiasmo, quella sicurezza che ci mette in grado di testimoniare agli altri, nella realtà di vita e lacrime condivise, le espressioni di un amore che non ci appartiene perché ci è stato donato». Così monsignor Roberto Busti, vescovo di Mantova, ha aperto, nel pomeriggio di sabato 26 gennaio, il settimo dei sedici convegni pubblici regionali promossi dall’Azione Cattolica in tutta Italia in vista della Settimana sociale di Torino. Al centro del dibattito, “Famiglia, territorio, fragilità e risorse”.

Speranza e futuro

«Il nostro territorio vive un momento particolare – ha spiegato il vescovo -, perché ancora scosso dal terremoto dello scorso maggio, che ha costretto alla chiusura 129 chiese su 303, delle quali 80 inaccessibili ancora oggi». Una provincia, quella di Mantova, «notoriamente ricca», ha dichiarato Sabrina Tellini, presidente dell’Ac diocesana, ma dove, a causa della crisi, le famiglie sono messe a dura prova: «Abbiamo perso 10 mila posti di lavoro, due terzi dei quali nel tessuto delle piccole e medie aziende. Parallelamente, alla Caritas aumentano le richieste di aiuto». Nonostante tutto, «non vogliamo abbatterci» perché «nel grigiore della tragedia spunta il fiore della solidarietà» e la famiglia, ha detto, «rimane speranza e futuro: da essa vogliamo partire per dare fiducia e slancio».

Una educazione piena

Della famiglia come «dono di Dio all’umanità» e «risorsa necessaria per una educazione piena della persona» ha parlato monsignor Domenico Sigalini, assistente ecclesiastico generale di Ac, spiegando come «la coppia umana» sia «l’opera più perfetta della creazione» perché è «immagine» di Dio senza esserne «fotocopia». Dio, ha spiegato, «non ha creato uomo e donna per tenerli separati, ma li ha fatti distinti con una consistenza propria» per mettere in evidenza «la gioia di esistere di uomo e donna, che spesso da dono d’amore si muta in mina vagante perché consumiamo tra di noi tutte le energie in egoismo, sopraffazione e controllo».

La bellezza del dono

Il meglio che l’umanità può dare a un bambino «sono una mamma e un papà», ha ricordato monsignor Sigalini richiamando uno studio di Mark Regnerus pubblicato sulla rivista scientifica americana Social science research, che illustra le problematiche dei bambini cresciuti in famiglie omosessuali. Nel nostro cuore, ha proseguito, «è scavata la bellezza del dono», che si concretizza nel «mettersi uno nelle mani dell’altro con il sacramento del matrimonio». Basata sulla «salda roccia» del matrimonio, la famiglia diventa «l’esperienza fondamentale di vita umana, personale, sociale, ecclesiale e parrocchiale» che ci consente di «uscire dal calcolo, dallo sfruttamento, dall’egoismo e dalla solitudine».

L’erosione del welfare

Su “famiglia e partecipazione attiva per un nuovo welfare” è intervenuta Rosangela Lodigiani, docente di Sociologia all’Università Cattolica di Milano, definendo la famiglia «ponte tra privato e pubblico» e «risorsa delicata di cui occorre avere cura». Un sistema di welfare «familista come il nostro», ha detto l’esperta, non tiene conto della “morfogenesi”: le reti famigliari hanno un’ampiezza minore perché si fanno meno figli, ma le reti parentali sono più lunghe, dunque «più generazioni sono legate le une alle altre». A erodere il sistema di welfare, che guardava alla famiglia «in modo stereotipato», sono stati, secondo la sociologa, diversi fattori: «La transizione demografica, il restringimento dei nuclei familiari, la crescente occupazione, la precarizzazione delle condizioni lavorative dei giovani e la de-standardizzazione dei corsi di vita, ormai priva dei tradizionali marcatori di passaggio».

Una prospettiva capovolta

Occorre, a questo punto, «contare sulla famiglia senza sovraccaricarla. Servono – ha auspicato Lodigiani – più servizi, politiche tese a realizzare un familismo sostenibile, ossia congedi famigliari e orari di lavoro flessibili. E ancora – ha aggiunto – politiche finalizzate a sostenere i costi della natalità, dunque a rendere equo il sistema della tassazione». In questo «capovolgimento di prospettiva» le famiglie vanno considerate, ha concluso Lodigiani, «non solo come soggetti destinatari di azioni di tutela e protezione dal disagio», ma come «attori protagonisti di un nuovo welfare partecipato e condiviso», che aiuta «le famiglie a generare società» e «la società a generare famiglie». Secondo il presidente Ac Franco Miano, cui sono state affidate le conclusioni del convegno, «testimonianza, partecipazione e associazione» sono tre parole-chiave da tenere a mente, in riferimento, rispettivamente, alle «famiglie che sanno cogliere la loro vita come un dono», alla «necessità di incalzare le istituzioni ed essere presenti nel dibattito pubblico» e alla «dimensione profetica dell’essere insieme».

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