Redazione

Una riflessione sull’Avvento, quel periodo liturgico che precede il Natale e le cui origini si perdono nei primi secoli della storia della Chiesa. E’ questo il tema sviluppato dalla dott. Rita Di Pasquale, docente presso l’Istituto di Scienze religiose che ha sede a Monreale, la splendida città a pochi chilometri di distanza da Palermo. Un intervento, il suo, rigorosamente basato sull’esame dei testi liturgici che segnano il cammino di avvicinamento al giorno in cui i cristiani celebrano la nascita di Cristo.

Diciamo subito che anche i riti dell’Avvento fanno la differenza tra la tradizione ambrosiana e il resto del mondo cattolico. Sei sono infatti le settimane previste entro i confini della grande diocesi di Milano, mentre si riducono a quattro secondo il rito romano. Durata, letture bibliche e preghiere diverse, ma tutto quanto caratterizzato da una comune preoccupazione: preparare la Chiesa a vivere la venuta di Cristo in mezzo a noi.

“Se tutta la liturgia è celebrazione in attesa della Sua venuta, l’Avvento ne è certamente il tempo privilegiato perché i testi biblici e le preghiere definiscono i caratteri di tale attesa che come tale è gioiosa, perché ha la certezza che incontrerà definitivamente Colui che si è donato sulla croce ed è presente nella liturgia”. Si parla di gioia, ma se si approfondiscono le radici storiche di questo particolare periodo liturgico si scoprono delle differenti sensibilità.

Le prime celebrazioni dell’Avvento le troviamo nel IV secolo in Gallia e in Spagna con una caratterizzazione penitenziale e per molti aspetti parallela alla Quaresima. Riprendendo un più antico uso orientale, si contano ben otto settimane a partire dalla festività di San Martino fino ad arrivare alla Epifania. Escludendo i sabati e le domeniche, non computabili come giorni penitenziali, sono in tutto 40 giorni. Proprio come la Quaresima.

Sarà nel VI secolo San Gregorio Magno a fissare a quattro settimane questo periodo e a privilegiarne la dimensione gioiosa a scapito di quella penitenziale, escludendo quindi forme di digiuno diffuse fino ad allora in alcuni centri della cristianità.

Questa è la storia. E oggi? Che significato attribuire a un Avvento visto come momento liturgico “forte” da vivere nel segno della gioia? Un lungo periodo di festa che troppo spesso, nelle nostre parrocchie, stenta ad emergere o che si tende a caratterizzare con momenti d’incontro che hanno a volte i bambini come principali protagonisti.

Ancora una volta è la figura di Maria a guidarci verso una comprensione più puntuale.” La categoria che accomuna Maria e la Chiesa – sottolinea Rita Di Pasquale – è l’esperienza della maternità, unica, originale, irripetibile per l’una e ripetibile nel tempo per l’altra. In ambedue i casi è lo Spirito che agisce”. Il tempo di Avvento è quindi particolarmente adatto a celebrare il culto della Madre del Signore, ma non in un’ottica pasdi siva, bensì dinamica e di gioia.

La relatrice ha provocatoriamente chiesto ai convegnisti radunati nella chiesa varesina di Sant’Antonio alla Motta una rilettura in chiave femminile dell’Avvento partendo dalla semplice constatazione che solo una donna può vivere l’esperienza di portare un figlio in grembo. Ecco allora la proposta di dare spazio nelle liturgie dell’Avvento alle testimonianze di donne che stanno vivendo la maternità.

“L’attesa della gestazione è già gioia che si condivide primariamente con il proprio partner, ma anche con i parenti e gli amici. Si gioisce di chi ancora non si conosce per la certezza della sua esistenza e in attesa della pienezza della gioia che è la nascita, rivelazione piena e incontro d’amore. La gioia dell’attesa si concretizza nella operatività del preparare e prepararsi a tale incontro”.

Osserva puntualmente una partecipante alla Settimana Liturgica: “Io ho avuto sei figli ed è bene dire che ogni maternità è sicuramente fonte di gioia, ma porta con sé anche preoccupazioni e fatica. Non basta perciò presentare delle esperienze se la comunità cristiana non entra anche in un’ottica di accoglienza e di aiuto nei confronti di chi a volte vive questo momento come un cammino faticoso”.

Pronta la risposta della relatrice: “Ogni Avvento deve essere tradotto in parrocchia anche dalla valorizzazione del ministero dell’accoglienza”. E’ questa la strada maestra per dare senso e concretezza ad una gioia non astratta e coreografica, ma fondata sul significato più vero e profondo della nascita di Cristo.
Saverio Clementi

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