Celebrati, con l’Eucaristia presieduta dall’Arcivescovo nella basilica di Sant’Ambrogio, i giubilei delle religiose presenti e impegnate in Diocesi. «Lasciatevi abitare dalla pienezza della grazia di Dio, ringraziando per le comunità in cui vivete»

di Annamaria Braccini

giubilei religiose 2018 (E)

Lo sguardo della “donna del profumo” che ama e dona quello che ha, che non teme, ma si lascia attrarre dal Mistero del Signore e riempire dallo stupore e dalla ammirazione per ciò che ha ricevuto.
Questi sono gli occhi con cui osservare il presente, immergendosi nelle comunità nelle quali si vive quotidianamente, con generosità sempre nuova, anche se magari si hanno sulle spalle giubilei di Vita religiosa che parlano di decenni di Consacrazione a Dio: 15, 25, 50, 60, 70 anni e, persino oltre.
La basilica di Sant’Ambrogio è gremita non solo delle festeggiate – che appunto ricordano questi anniversari –, ma anche di consorelle, di responsabili degli Organismi diocesani legati alle Vita religiosa, di fedeli e di tanta gente che non ha voluto mancare all’Eucaristia presieduta dall’Arcivescovo e concelebrata da una ventina di sacerdoti, tra cui i due vicari episcopali monsignor Luigi Stucchi, per la Vita Consacrata femminile, e monsignor Paolo Martinelli, per la maschile. Entrambi vescovi, così come nella Successione apostolica sono il vicario generale nominato, monsignor Franco Agnesi e un ospite romeno, monsignor Florentin, vescovo di Kluges.
Il grazie di tutte, cui dà voce madre Maria Motto delle Suore della Riparazione di Milano, è subito per monsignor Delpini: «Vorremmo essere per lei, come Santa Marcellina per Ambrogio, madri sorelle e figlie in fraterna e filiale disponibilità di ascolto, con semplicità e schiettezza di rapporti, sensibili e attente ai problemi del nostro tempo, forti delle armi della preghiera e della carità. Ci sentiamo direttamente e profondamente interpellate dalla convocazione del Sinodo minore, avendo molte di noi esperienza della Chiesa dalle genti nelle nostre comunità, per la maggior parte interculturali. Ci mettiamo a disposizione con una collaborazione corale e fattiva per le esigenze sinodali, cogliendo nel mondo nuovi segni di speranza».
Dalle letture – anzitutto dalla pagina di Luca al capitolo 7 –, e da quegli “sguardi” così diversi, prende avvio la riflessione dell’Arcivescovo. «Non guardate con lo sguardo di Simone, il fariseo che è devoto e ineccepibile, che giudica e condanna, mormora e trova conferma di quello che ha sempre pensato, ossia che Gesù non è niente di speciale. Un padrone di casa che ha la generosità di accogliere, apre a Cristo la sua casa, ma non il suo cuore e la sua vita».
Al contrario, la cosiddetta “peccatrice perdonata” (la donna del profumo, appunto) nota che Gesù è stato accolto senza l’acqua per lavare i piedi e senza il bacio dell’amicizia sincera. «Lei non ha pensato alla sua vita sbagliata, ha solo visto che c’era un debito da pagare e ha offerto il suo profumo in uno slancio di amore».
«La donna del profumo non calcola a che cosa serve quello che fa, non resta imprigionata nella sua storia, non si aspetta né vantaggi né condanne, si lascia attrarre dal molto amore».
Il riferimento, chiarissimo, è a chi ha offerto la sua vita al Signore:, ma, magari, soffre di qualche stanchezza. «Anche noi consacrati e consacrate possiamo essere tentati di assestarci, forti degli anni passati in una devozione costante e ineccepibile, nella posizione di chi che non ha più niente da imparare, pensando che nel mondo contemporaneo non vi nulla che meriti ammirazione e stupore».
Non è così, suggerisce Delpini, rivolgendosi direttamente alle religiose: «La consacrata che fa festa per il suo giubileo» deve essere come la donna del Vangelo, «riconoscendo nel lavoro compiuto, nelle relazioni vissute e nelle grazie ricevute, nelle lacrime e fatiche, il molto amore che diventa come il profumo gradito al Signore. Ed esprime questo gratuitamente non facendo nessun conto dello sguardo che giudica, della freddezza che costringe, delle etichette».
Da qui la prima consegna: «Imparate a guardare con gli occhi di Luca, l’autore degli Atti degli Apostoli, che vede la sua comunità e ne fa l’elogio, scorgendovi l’opera dello Spirito del Risorto, pur se non ne ignora le meschinità e inadeguatezze».
Una lezione attualissima, in un’epoca di personalismi e autoreferenzialità imperanti. «Nella comunità ci sono persone che non si sono mai viste prima e sono divenute fratelli e sorelle, persone che non avevano nulla di speciale e sono diventate speciali, avendo la stima e la fiducia di tutti quelli che stanno attorno. Guardate con lo sguardo di Luca e ringraziate il Signore per l’Istituto in cui siete state accolte, per la vostra comunità, per le persone che condividono con voi la fede, la vita e tutto. Ecco il profumo gradito a Dio, l’amore fraterno e la carità che rende un cuore solo e un’anima sola».
E, ancora, il richiamo è all’Epistola agli Efesini, appena proclamata: «Lo sguardo di Paolo non si ferma all’esperienza sensibile, alle dinamiche relazionali, ai sentimenti e alle emozioni che ne derivano. Si lascia condurre oltre, verso le profondità del mistero, resta incantato dalla rivelazione dell’amore di Cristo che supera ogni conoscenza. La contemplazione del mistero che si è rivelato in Gesù non è l’esperienza di uno spettacolo al quale si assiste, ma è come accogliere una luce che trasforma in luce: è la grazia di essere amati che rende capaci di amare, di essere ricolmi della pienezza di Dio. La grazia di questo momento di festa è lo sguardo che si lascia rapire dal mistero di Dio e si lascia abitare dalla sua pienezza. Non guardate alla mole immensa del lavoro compiuto quasi per trovarne motivo di vanto, ma piuttosto per lasciarvi riempire dallo stupore».
Insomma, non risentimento per qualche dispiacere, ma gratitudine; non autocompiacimento, ma desiderio di trasfigurazione in Cristo, anche quando il peso dell’età e della malattia si fa sentire: «È nella debolezza che si manifesta la pienezza di Dio, quando tutto viene meno quando tutto viene meno, allora più evidente diventa la grazia. Gioite nella carità e lasciatevi abitare da Dio».
Un invito a essere insieme nella luce del Signore che trova il suo emblema nel gesto dell’accensione delle fiammelle portate da consacrata a consacrata durante la Rinnovazione dei voti.
Infine, ancora un ringraziamento per il lavoro dei Vicari episcopali, ma soprattutto per le religiose, per «il bene incalcolabile che fate e avete fatto a cui dobbiamo un debito di riconoscenza impagabile», come conclude il vescovo Mario, prima delle tante strette di mano, i saluti affettuosi e qualche, immancabile, selfie.

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