Docente di Pedagogia, sul tema coordina un gruppo all’interno dell’Azione cattolica: «La pandemia ha attirato l’attenzione sugli aspetti di fragilità e imprevisto. In Ac lavoriamo per trovare chiavi di lettura rimotivanti e cristianamente fondate»

di Paolo RAPPELLINO

Alessandra Augelli

Papa Francesco continua a ripeterlo: la pandemia ha provocato non solo un’emergenza sanitaria e un’emergenza economica, siamo anche nel pieno di una «catastrofe educativa». Bambini, adolescenti e giovani hanno perso tanti giorni di lezione (altre, purtroppo, ne stanno perdendo) e sappiamo che la didattica a distanza lascia indietro chi è più svantaggiato. Ma sono venute meno anche tante occasioni di crescita e relazione negli ambiti extra scolastici: oratorio, sport, gruppi informali…

«La parola “catastrofe” è molto forte ma, se la prendiamo nel suo significato etimologico di “rivolgimento”, di “capovolgimento”, allora ha, assieme a note di enorme preoccupazione, anche sfumature che ci aprono a possibilità», commenta Alessandra Augelli, 41 anni, docente di Pedagogia interculturale all’Università cattolica e coordinatrice del Gruppo pedagogico dell’Azione cattolica ambrosiana.

Cosa ci insegna questa «catastrofe»?
Mai come ora sentiamo la nostalgia delle relazioni “incarnate”, esperite in una corporeità vissuta. Quando diciamo che la relazione è centrale per l’educazione non lo diciamo solo per assunto retorico, ma per consapevolezza data da un attraversamento esistenziale; e ne assumiamo con più forza gli elementi essenziali: l’incontro, il valore della differenza, il dialogo. Inoltre, la pandemia ci ha dato modo di guardare anche con attenzione gli aspetti della fragilità e dell’imprevisto che spesso nei percorsi educativi abbiamo messo in secondo piano, cedendo ai parametri dell’efficienza, della programmazione e della riuscita.

L’Arcivescovo all’inizio della Quaresima ha invitato tutti a pregare per l’emergenza educativa. Chi è educatore e insegnante sta facendo l’esperienza del limite e il rischio dello scoramento è dietro l’angolo…
È vero, la demotivazione dovuta proprio alle difficoltà relazionali sperimentate è molto frequente, ma i momenti di vuoto, di “fame e sete” sono quelli che orientano alla ricerca di fonti autentiche. Lo scoramento è rivelatore della necessità di trovare nuovi significati, un senso nuovo a ciò che facciamo, che viviamo, per cui ci spendiamo. Uno dei modi per combatterlo è mettersi in ricerca, cercare nuove risposte anche e soprattutto stando in connessione con gli altri, nella comunità. Esercitare una “fedeltà creatrice” come la chiamava Marcel: la capacità di stare radicati nelle cose, ma con uno sguardo differente. Non fuggire, ma sperimentare nella stessa realtà angoli di visuale differenti e gli altri in questo ci aiutano molto.

L’Azione cattolica ambrosiana cosa ha messo in campo per rispondere all’emergenza educativa? 
I gruppi dell’Ac non si sono mai fermati, hanno sempre curato, seppure in spazi diversi, gli incontri di formazione, i momenti di scambio e di riflessione, soprattutto di comprensione e analisi di ciò che sta succedendo, aiutando tutti – ragazzi, giovani e adulti – a trovare assieme delle chiavi di lettura rimotivanti e cristianamente fondate. Gli educatori e i pedagogisti che lavorano in Ac hanno curato la lettura del Vangelo quotidiano in Quaresima (su www.azionecattolicamilano.it), rivedendo proprio alcuni snodi educativi, hanno suggerito a genitori e ragazzi non soltanto attività, ma anche strumenti, letture, per sostenere la ricerca di senso personale e comunitario in questo periodo così difficile. Tenendo il focus sul valore dell’esperienza, così caro all’Ac, si sta tentando di restare uniti proprio in questo delicato attraversamento.

Su quali piste, secondo lei, occorrerà lavorare?
Penso che la prima cosa su cui lavorare, in senso trasversale, per adulti e ragazzi, giovani e bambini, sia la consapevolezza emotiva: occorre imparare a dar nome a ciò che risuona in noi, a riconoscere i sentimenti e le emozioni che si agitano nel nostro intimo e che spesso ci travolgono. Ripartire dall’attivazione/riattivazione dei cinque sensi che, come finestre, ci permettono di restare in contatto con il mondo fuori, ma che contribuiscono anche a dare spessore e sapore alla nostra esistenza e quindi a irrobustire il senso. Penso che i percorsi educativi oggi, in famiglia come nelle associazioni, a scuola come nei contesti informali debbano ripartire da questi due aspetti, che sembrano forse banali, ma in realtà sono l’essenza della relazione e anche la via per non perdere di vista la dimensione etica. Per restare umani e vincere ogni tentativo di ridurre la nostra e l’altrui dignità.

 

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