Nel convento dei frati minori l’Arcivescovo ha presieduto la Messa per la memoria del Santo di Padova: «Facciamo tesoro della sua santità e nella vita cerchiamo di seguirlo: saremo sapienti e perfetti»

di Francesca LOZITO

convento milanese Sant’Antonio da Padova

Testimoniare con la propria vita, ogni giorno, l’annuncio di Cristo. È questo il senso dell’opera dell’infaticabile Antonio, oggi come allora. Questa mattina, nel convento milanese di Sant’Antonio da Padova, retto dai frati minori francescani, l’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, ha presieduto la celebrazione eucaristica per la memoria del Santo. Tante le persone riunitesi nella chiesa di via Farini, a testimonianza di una devozione ancora molto viva per il Santo che da Lisbona a Padova condusse la sua grande opera di evangelizzazione.

Lo stesso Arcivescovo ha sottolineato come questa forma di devozione sia parte della città, e non solo di questo quartiere: «Dopo tante centinaia di anni la presenza di Sant’Antonio in mezzo al popolo cristiano e agli uomini di buona volontà – ha detto durante l’omelia – è ancora carica di significato e di un valore così vicino che non cessiamo di entrare in questo Santuario, un riferimento importante per questa città».

Alla luce della Parola, allora, il Cardinale si è chiesto perché questo Santo sia ritenuto così vicino alle persone da affidare a lui tante fatiche e sofferenze (tantissime persone, portando un giglio, simbolo floreale del santo, si sono raccolte in preghiera nella chiesa prima e dopo la celebrazione, ndr). Quello che colpisce di Sant’Antonio è per Scola il valore di umanità compiuta e di santità: «Annunciava Cristo senza mezzi termini – ha proseguito l’Arcivescovo -. Dimostrava nei fatti, soprattutto nella vicinanza agli ammalati, quanto potente fosse la sua fede in Dio, al punto che, dopo tanti secoli, siamo qui davanti alla sua presenza in Paradiso».

Una comprensione a trecentosessanta gradi data da due fattori legati tra loro: «La passione per la verità di Gesù e la carità». E un mandato, quello di Sant’Antonio, dato ai suoi confratelli e attuale ancora oggi: « Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. La comunità dei frati che custodisce questo Santuario lo conferma», ha ribadito l’Arcivescovo. E proprio in questa logica di apertura al mondo che è pensata l’iniziativa per il prossimo anno pastorale “Il campo è il mondo”, ha ricordato Scola ai fedeli: «Anche nella nostra Chiesa stiamo pensando a un’iniziativa, a una proposta pastorale che invita tutti – parrocchie, associazioni, movimenti, religiosi – ad andare incontro all’uomo, per superare quella frattura tra la fede e la vita che è malattia dell’uomo contemporaneo e del cristiano di oggi».

E ha spiegato questa interruzione di continuità con il fatto che spesso, oggi, «preghiamo, andiamo a messa la domenica, ma quando poi affrontiamo la vita nelle sue grandi e importanti questioni – famiglia, procreazione, malattia – rischiamo di non prendere sul serio gli insegnamenti di Gesù che la Santa Chiesa propone». Come ci insegna proprio Sant’Antonio: «Nella vita di questo uomo che è morto a soli 36 anni si vede benissimo l’unità tra fede, valori e pratica quotidiana». Antonio, raccontano i biografi, «morì per sfinimento per eccesso di lavoro e scarso nutrimento e riposo». E allora anche noi «dobbiamo riconoscere ogni mattina che il dono della vita viene da Dio e il dono della misericordia dei nostri peccati viene da Dio stesso: così possiamo raggiungere quell’uomo “perfetto” di cui ci parlano le letture di oggi. Facciamo tesoro – ha concluso – della santità di Antonio e cerchiamo nella vita di seguirlo per quanto ne siamo capaci. Saremo sapienti e perfetti».

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