Il Vicario sulle novità in vigore dal 29 novembre: «Creativa fedeltà alla tradizione e “nobile semplicità” dei testi: queste erano già indicazioni del Vaticano II. Gesti, parole, silenzi e canti devono coinvolgere tutti nella celebrazione dell’Eucaristia»

di Annamaria BRACCINI

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Con la III domenica dell’Avvento ambrosiano (29 novembre) entrerà in vigore il nuovo Messale. Certamente sono molti i motivi che hanno portato a questa revisione, ma quali gli aspetti più significativi, e perché questo cambiamento? A rispondere è don Mario Antonelli, vicario episcopale per l’Educazione e la Celebrazione della Fede, che anzitutto osserva: «La Chiesa italiana intende continuare quel cammino di aggiornamento avviato con il Concilio Vaticano II. Quindi si è deciso di dare avvio a un processo di revisione e si è giunti, così, a questa III edizione del Messale romano in lingua italiana, che riguarda anche la celebrazione della Messa in Rito ambrosiano. Ciò che ha scandito i passi di questa revisione è quella coppia di attenzioni che già il Concilio, appunto, aveva precisato: da un lato, una creativa fedeltà alla sana tradizione e, dall’altro, quanto già il Vaticano II aveva chiamato una “nobile semplicità” dei testi liturgici, non soltanto nel loro linguaggio, ma nella loro stessa articolazione».

Tra i cambiamenti più noti – e già in parte applicati nella preghiera da molti fedeli della nostra Chiesa – ci sono le espressioni del Padre Nostro, ma vi è anche molto di più. Quale, a suo giudizio, la modifica più significativa e perché?
Non riesco a individuare una novità più rilevante rispetto ad altre, perché sono numerose e tutte notevoli. Senz’altro siamo in presenza di un testo liturgico che presenta un tentativo di aggiornamento rispetto al vocabolario, ma anche alla grammatica, dei tempi attuali. Il linguaggio liturgico, di sua natura, deve vantare una nobiltà degna della celebrazione sacramentale e, al tempo stesso, risuonare nella sua semplice popolarità. In tale aggiornamento forse è questa la novità che trapela, discreta e promettente, forse ancora troppo timida, ossia l’ordine e l’articolazione di gesti e parole, di silenzi e di canti che devono poter coinvolgere tutto il soggetto celebrante dell’Eucaristia. Soggetto che è la comunità cristiana, nelle figure distinte dei fedeli tutti che costituiscono l’assemblea, di chi presiede – vescovo o presbitero – la celebrazione, dei ministri nei loro specifici servizi liturgici.

Tra le novità più belle c’è il riferimento non più solo ai «fratelli», ma a «fratelli e sorelle», anche quando si prega, ad esempio, per i nostri defunti. Questo viene incontro a una sensibilità contemporanea più forte rispetto al passato, relativamente all’elemento di parità uomo-donna. Ma può essere letto anche come un cambiamento di paradigma e una maggiore consapevolezza del ruolo del laicato nel suo insieme?
Il «fratelli e sorelle» è sicuramente un segnale di come il linguaggio inclusivo venga ormai a pervadere anche la mentalità della Chiesa e ad aiutarla nel promuovere ciascuno nella sua differenza, a partire da quella – chiamiamola pure primordiale, originaria o di base -, che è appunto la differenza uomo-donna, riletta secondo l’unica dignità battesimale. È un aggiornamento del linguaggio liturgico che si accorda all’essere stesso della Chiesa. Al tempo stesso sono convinto che, qui, in gioco ci sia anche una più decisa valorizzazione del laicato, o meglio, un più robusto riconoscimento del valore dei laici e della loro dedizione aperta, sincera e docile alla Chiesa. Parlando di laicato, allora, si tratta, di riconoscere la presenza di fratelli e di sorelle, non già indugiando sul “genio”, rispettivamente, delle donne e degli uomini, lasciando così inesplorati e indefiniti i modi di quella congiunzione; ma accogliendo e praticando questa differenza in quella relazione d’amore che, a partire dall’unica identità battesimale, si realizza nell’assemblea eucaristica.

 

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