Il Vicario riflette sulla proposta quaresimale dell’Arcivescovo di riscoprire e valorizzare la celebrazione penitenziale comunitaria, con confessione e assoluzione individuali, «dimensione ecclesiale di ogni riconciliazione»

di Annamaria BRACCINI

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«La proposta di questa Quaresima è quella di affrontare in ogni comunità il tema dei percorsi penitenziali e delle forme della confessione per una verifica della consuetudine in atto», come scrive l’Arcivescovo nella sua Lettera ”Celebriamo una Pasqua nuova”. Ma come vivere fino in fondo la penitenza sacramentale?

«Gli aspetti decisivi del Mistero della Riconciliazione – sottolinea don Mario Antonelli, vicario episcopale per l’Educazione e la celebrazione della Fede – sono meglio espressi nella celebrazione comunitaria. Infatti, questa rende più vera la consuetudine in atto, come evidenziano le indicazioni contenute nel “Rito della Penitenza” al punto 22, laddove si legge: “La celebrazione comune manifesta più chiaramente la natura ecclesiale della penitenza”. Secondo il dettato conciliare, infatti, le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazione della Chiesa. Perciò appartengono all’intero Corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano».

In questo periodo così difficile, l’Arcivescovo invita a programmare celebrazioni comunitarie della Riconciliazione, facilitando la partecipazione. Si affronta anche la questione delle cosiddette tre forme della Confessione…
Questo tempo così tribolato, che complica tempi e modalità di accedere alla confessione, rappresenta una significativa opportunità, per le comunità diocesane e parrocchiali, per riscoprire il “Rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale”. Certamente, vi si valorizza l’ascolto della parola di Dio, che assume la struttura di una Liturgia della Parola, quindi di un vero e proprio atto di culto. Qui, l’annuncio evangelico della misericordia e il richiamo alla conversione risuonano in un’assemblea nella quale «i fedeli ascoltano tutti insieme la Parola di Dio, che proclama la sua Misericordia e li invita alla conversione, confrontando la loro vita con la parola stessa, e si aiutano a vicenda con la preghiera» (RP 22). Va notato che un elemento fondamentale – e altrettanto trascurato – nella celebrazione “individuale”, è la lode e il rendimento di grazie con i quali si conclude il Rito. Valorizzarlo consentirebbe di reintrodurre la gratitudine quale nota prevalente del sacramento della Riconciliazione: nota sin troppo esile nella consuetudine attuale, così schiacciata sull’accusa dei peccati e sulla supplica. La celebrazione penitenziale comunitaria, con confessione e assoluzione individuali, sia, invece, il segno di questa dimensione ecclesiale di ogni riconciliazione, nell’ascolto della Parola che fa germogliare il dolore dei peccati e il desiderio della vita nuova.

Secondo la sua esperienza, attualmente, il sacramento della Riconciliazione è in crisi o è più frequentato del passato? 
Riconoscendo la disaffezione diffusa ed evidente al sacramento della Riconciliazione, bisogna esortare a ritrovare la vita cristiana come tutta attraversata dal “fare penitenza”, quale docilità allo Spirito che mettendo in evidenza la differenza tra Gesù e noi, ci riforma a immagine di Lui, non può essere ridotta al sacramento. Scrive, infatti, ancora l’Arcivescovo nella sua Lettera: «In realtà nella vita cristiana la confessione dei peccati per accogliere il perdono di Dio si esprime in modi diversi». Non possiamo ossessivamente disquisire sulle forme del sacramento, ordinaria o straordinaria, rivedendole, aggiustandole, invertendole, adeguandole tecnicamente per il tempo della pandemia, perché così perderemmo l’occasione di guardare la via ordinaria del perdono che è il fare penitenza del popolo di Dio e di ciascun battezzato.

Talora, si ha l’impressione che i fedeli vivano quasi in modo automatico la confessione a cui segue l’assoluzione…
Un buon investimento sulla celebrazione comunitaria aiuterebbe anche a superare l’automatismo confessio/absolutio. Costringendo il sacramento in questi due momenti, in verità, si condannano all’evanescenza quei tratti decisivi del fare penitenza che maturano anche prima e fuori della celebrazione sacramentale: da un lato, la contrizione, quale maturazione del dolore dei peccati che germoglia dalle ferite e dalle sofferenze che torchiano la fede e intiepidiscono la carità e, dall’altro, la penitenza quale laboriosa riforma della libertà in un impegnativo operare la carità che piega il cuore all’affetto credente.

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