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In ogni caso però, una volta che l’uscita si è realizzata e si è costituito un nucleo autonomo, non è difficile individuare due tratti del rapporto e dello scambio tra le due generazioni, costituiti dalla prossimità accentuata e dalla dipendenza familiare; ovvero, per un verso, si ricerca un’abitazione che sia vicina il più possibile alla casa dei genitori, così da tenersi reciprocamente a disposizione, peraltro, la famiglia di origine svolge un ruolo attivo nell’approntare la nuova abitazione del figlio. E questo sembra valere in particolare nel caso delle giovani generazioni urbane, anche – e qui sta la novità – nelle situazioni di unioni informali, che così sembrano mutuare le stesse pratiche delle unioni formali.

Infatti, «con l’arrivare alla tarda maturità delle generazioni urbane socializzate a un sistema di valori moderno compatibile con la pratica della convivenza, prende piede un mix inedito di prossimità accentuata e dipendenza familiare delle nuove convivenze (specialmente le prime unioni informali)».

Il patto di reciprocità tra generazioni adulte e giovani presenta però, insieme, una forza e una debolezza; e di fatti – osserva Micheli nel suo contributo – proprio in relazione ai cambiamenti oggi in atto, emerge una tendenza dei nuovi adulti-anziani a sollevare i figli adulti dall’obbligo di assolvere il patto di reciprocità.

Segno di una presa di coscienza dei tempi cambiati, della supposta minore propensione al sacrificio, ma anche del forte carico di compiti connesso all’odierna organizzazione familiare. Il patto di mutua solidarietà tra due generazioni che si succedono, tipico della famiglia mediterranea, è senza dubbio ancora saldo, e tuttavia comincia ad emergere, con il passare delle generazioni, un trend decrescente degli orientamenti ad esso favorevoli. I fattori strutturali, di carattere demografico, faranno il resto negli anni a venire, per il rovesciamento della piramide generazionale (più nonni che vivono a lungo, meno figli che però restano in casa di più) che avrà un effetto di schiacciamento della generazione centrale impegnata su due fronti (le cosiddette generazioni sandwich).

Sullo sfondo di tali cambiamenti si staglia la questione della ridefinizione dei ruoli maschili e femminili nel lavoro familiare (domestico e di cura), atteso che l’equilibrio del passato è stato messo ormai in discussione da una serie di fenomeni eclatanti, quali l’accresciuta scolarizzazione delle donne, la loro partecipazione sempre più larga al mercato del lavoro, i mutamenti dei modelli culturali circa il ruolo della donna e l’organizzazione familiare.

Una (parziale, almeno) riduzione delle asimmetrie tra generi trova nella città un terreno di coltura più favorevole, dato che, come si afferma nel saggio di Micheli, «un’organizzazione simmetrica dei ruoli nella quotidianità è più diffusa in presenza di coppie con doppia carriera lavorativa e pochi figli: è insomma il marchio distintivo delle coppie “dink” (double income, no kids) e in particolare di quelle residenti nelle grandi città».

Naturalmente con modelli di organizzazione dei ruoli – nel senso della separazione o invece della condivisione dei compiti – che variano in relazione all’età e alla scolarizzazione delle coppie, ma soprattutto alle diverse situazioni attraversate dalla coppia, siano esse di gestione routinaria delle incombenze oppure di criticità.

La riduzione dell’asimmetria tra ruoli maschili e femminili nel lavoro familiare fa poi i conti evidentemente con quella flessibilità virtuosa che dovrebbe caratterizzare, non solo le forme del rapporto di lavoro, ma anche i tempi e gli orari, in un quadro rinnovato di politiche aziendali più amichevoli della famiglia.

La riduzione della forbice si collega altresì, sullo sfondo, alla questione della rielaborazione – che coinvolge ovviamente anche gli uomini – del valore del lavoro di cura e delle attività di sussistenza, in un contesto internazionale, e di Unione europea, in cui si prevede che tutti debbano essere al lavoro.

A Milano anche l’ultima tappa del diventare adulti, la genitorialità, si rivela alquanto problematica; in particolare sono pochi i padri, a causa della precarietà del mercato del lavoro e di una carriera che assorbe molto e richiede anni di investimento.

Non c’è solo un problema di continuità lavorativa e reddituale; occorre tenere conto «del fatto che l’esperienza della continua revisione in corso d’opera delle scelte effettuate sul mercato del lavoro –e lo sforzo richiesto in termini di verifica di coerenza che essa implica – produce un impatto rilevante sulla progettualità di lungo periodo, relativa a scelte, quali quella di avere figli, per le quali non è possibile operare aggiustamenti di rotta». (e.z)

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