L’economista della Cattolica Luigi Campiglio: «La dimensione valoriale esiste e deve fare i conti con chi questi valori non li ha»

di Pino NARDI

«Il valore di fondo è l’etica, la capacità di dare un senso di responsabilità a ciò che si fa, non limitato all’azienda, ma anche al buon nome di sé. Questa dimensione valoriale è qualcosa che osservo anche nel mondo della finanza milanese: esiste e deve fare i conti con chi questi valori non li ha». Lo sguardo dell’economista legge il Discorso alla Città con un’ottica specifica. Quella di Luigi Campiglio, docente di politica economica alla Cattolica.

Il Cardinale parla non solo di crisi economico-finanziaria. Lei che lettura ne dà?
Una dimensione centrale di questa crisi che viene colta nelle parole del Cardinale è il venir meno della responsabilità delle decisioni delle persone, che per sua natura non può che essere non solo contrattuale, ma sociale. Mi spiego: una delle parole più utilizzate in economia con riferimento alla crisi è il termine “rischio morale”. Quello che è accaduto è che molti operatori finanziari nel mondo hanno gestito i risparmi, i soldi dei risparmiatori non nel loro interesse, ma sulla base di quelli personali o delle istituzioni finanziarie, che a volte non solo erano diversi da quelli dei risparmiatori ma andavano in direzione opposta. Ciò che andava bene e faceva far profitto alle banche, mandava in fallimento le famiglie. Tutta questa fascia di manager della finanza in realtà non ha assunto alcuna responsabilità e qui torna il tema delle responsabilità. Quindi molto più di ieri questa mancanza di scrupoli di un certo mondo è stata all’origine della crisi, ma anche di uno sgretolamento di rapporti che danneggia sia il tessuto sociale sia le imprese.

Una crisi di fiducia insomma…
Proprio così. Anche i rapporti fra le banche sono difficilissimi. In questi giorni stiamo vivendo una situazione di carenza di liquidità gravissima e l’origine – nonostante la liquidità ci sia – è una mancanza di fiducia. Insegna l’esperienza passata di manager che non si sono presi la responsabilità e non hanno pagato per gli errori che hanno commesso.

In un passaggio forte Scola sostiene che il mercato non è il moloch
È una critica molto forte. Esiste una metafora in economia, quella della mano invisibile di Adam Smith. Ora uno potrebbe domandarsi se dopo oltre due secoli qualche riflessione aggiuntiva è stata fatta rispetto a questa visione di liberismo senza regole. Purtroppo questa è una posizione che invece molti tendono ad assumere. Il mercato non è un valore in sé, è uno strumento per fare in modo che l’umanità possa vivere meglio. Se questo non accade bisognerà cambiare strumento.

Che ne pensa della cicala che consuma oltre il possibile?
Svilupperei ulteriormente quella riflessione del Cardinale, parlerei di cicale ansiose. In realtà è una questione antropologica: è l’ansia di una cicala la cui vita terrena si è allungata, ma si comporta come se non arrivasse a sera e quindi consuma tutto il tempo, rimane così compresso al punto che bisogna fare tutto e subito. Tecnicamente potremmo dire il tasso di sconto sul futuro è altissimo, quello che accadrà fra un anno chi lo sa e chi se ne importa. Questo si manifesta in molti aspetti, non solo nei consumi. La cicala ansiosa vive come le lucciole, andrebbero messe insieme come esempio: è come se noi vivessimo per una notte e basta. L’unità di misura diventa brevissima e questo si rispecchia anche nell’attività della finanza. Solo che questo è il comportamento che è esattamente al contrario di quello che può favorire uno sviluppo sano, stabile nel tempo e sostenibile, e che guarda davvero, senza retorica, alle generazioni future.

Infatti uno dei passaggi del Discorso è questo recupero della centralità del lavoro, anche in riferimento alle nuove generazioni. Come lo valuta?
Non si può dimenticare che l’Arcivescovo di Milano lo è nell’area che storicamente è sempre stata un elemento trainante del cambiamento dai tempi di sant’Ambrogio. Ora Milano ha caratteristiche antropologicamente millenarie. Una delle dimensioni è il valore del lavoro, la tradizione di quello ben fatto, del bello, del buono. In tutto questo contesto la domanda è: qual è il ruolo dei giovani? La risposta è che Milano è una città in questa fase storica molto polarizzata sul piano generazionale fra persone in età avanzata e giovani. Ora, nel momento in cui il lavoro è in crisi, perde la sua forza di coesione implicita sul piano sociale, quello diventa un momento difficile, soprattutto per i giovani. La disoccupazione giovanile è stata sempre molto elevata, oggi è diventata ancora più complicata. Quindi se tutto si blocca a Milano è forte il rischio che diventi un blocco per l’intero Paese».

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