Dopo il Pontificale dell’Epifania l’Arcivescovo riceverà a pranzo sei detenuti di Opera, col direttore e i due cappellani don Palumbo e don Loi, che spiega: «Fanno cammini dal punto di vista umano e della fede. È come se intercettassero la stella della propria vita»

di Luisa BOVE

Scola_carcere Opera

Il 6 gennaio sarà un giorno memorabile, e non solo perché la Chiesa celebra l’Epifania del Signore. Infatti, dopo il solenne Pontificale in Duomo, l’arcivescovo Angelo Scola ha invitato a pranzo alle 13 nella sua casa alcuni ospiti d’eccezione. Si tratta di sei detenuti del carcere di Opera, accompagnati dai due cappellani (don Antonio Loi e don Francesco Palumbo) e dal direttore Giacinto Siciliano. «Il direttore è stato molto contento dell’invito e vorrebbe approfittare di questa circostanza per consegnare al Cardinale uno dei presepi realizzati in laboratorio dai detenuti nelle settimane precedenti il Natale – spiega don Loi -. Sono molto belli e una parte di questi presepi ora sono in mostra all’Abbazia di Morimondo». La scelta degli invitati non sarà facile, forse ci sarà qualche autore dei presepi: in ogni caso deciderà il direttore. Poi si dovrà attendere il permesso della Magistratura di sorveglianza.

I giorni di festa sono i più tristi dell’anno per chi vive in carcere. Che cosa può significare questa uscita per la piccola rappresentanza che si recherà dall’Arcivescovo?
Le iniziative cui partecipano i detenuti hanno sempre un riflesso su tutta la popolazione, perché c’è una “voce” che va fuori, come quando a Opera c’è uno spettacolo teatrale o come quando i detenuti hanno portato agli Arcimboldi uno spettacolo realizzato in carcere. C’è sempre una ricaduta, questo fa bene e se ne parla. Pensando invece al contesto del Natale, e dell’Epifania in particolare, in cui Gesù viene manifestato a tutte le genti, dico che anche coloro che sono in carcere sono uomini in ricerca, persone che hanno fatto bei cammini, dal punto di vista umano e della fede. Per loro è come aver intercettato la stella della propria vita e ritrovarsi ai piedi della grotta con tanta meraviglia e con qualcosa da portare al Signore.

Quanti sono oggi i reclusi di Opera?
Tra 1200 e 1300 uomini: il reparto femminile infatti è stato chiuso diversi anni fa e le donne sono state trasferite a Bollate. Il numero di stranieri credo rispecchi la media nazionale del 45%; inoltre ci sono 150-200 musulmani. Dall’anno scorso è stato aperto anche un reparto a detenzione attenuata, per cui i detenuti si muovono liberamente all’interno del reparto e nel settore riservato alle lavorazioni, vanno ai colloqui da soli perché è stato attivato un sistema di video sorveglianza e le celle quindi sono aperte.

Cosa significa raccogliere testimonianze di persone recluse in un carcere di alta sicurezza?
Io non mi pongo mai il problema del reato che una persona ha commesso: è già stata condannata. Ma a chi viene a confessarsi dopo tanto tempo dico: «Finora la tua vita è stata questa, ora come vuoi camminare? Come vuoi che sia la tua vita?». Ritrovo sempre nelle storie che ascolto l’esperienza che si legge nel Vangelo: il figliol prodigo nel momento più basso della sua vita capisce di avere un padre buono, perché in casa sua i servi stanno meglio… Alcune persone che ho conosciuto hanno fatto dei cammini, per esempio quando sono morti i loro genitori. Il ripensamento che hanno è proprio questo: «Mio padre non mi ha insegnato a fare quello che ho fatto, mio padre lavorava, si guadagnava la vita…». E da lì, piano piano, noi raccogliamo a volte il risultato di un lavoro svolto da altri, oppure il percorso di una persona che da sola è riuscita ad arrivare lì attraverso la Bibbia, la parola di Dio. Poi certo, io porto a casa un po’ di lavoro nella preghiera. Ma penso anche alle vittime…

E cosa pensa?
Quando un uomo commette un omicidio o un altro reato fa danni a se stesso, agli altri, alla società… Quindi penso anche alle vittime, al loro cammino, alle loro fatiche. Anche qualche detenuto pensa alle vittime. In alcuni mi è capitato di cogliere il bisogno non di essere perdonato, ma di far arrivare ai parenti questa comunicazione: «Sono cambiato, non sono più la persona di prima, rispetto a quello che ho fatto ho capito di aver sbagliato». Capisco che il perdono implica anche una porta aperta da parte di chi ha subìto, e quindi c’è un percorso che anche l’altro deve fare. Mi ha illuminato molto per esempio leggere l’esperienza del figlio di Calabresi, nel suo libro Spingendo la notte più in là. Non sempre c’è una porta aperta ed è comunque un percorso reciproco. Ho conosciuto qualche vittima che ha perdonato e sta facendo un percorso anche lei. Però non è facile trovare la disponibilità di chi ha subìto ed è umanamente comprensibile.

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