Il Vicario episcopale della Zona V padre Patrizio Garascia illustra lo spirito dell’incontro a Seveso tra i sacerdoti di Monza e Brianza e l’Arcivescovo sui temi della Lettera pastorale

di Francesca LOZITO

Monsignor Patrizio Garascia

Anche i sacerdoti della Zona pastorale V (Monza e Brianza) attendono l’incontro con l’Arcivescovo come un’occasione di scambio e di crescita. Con l’appuntamento del prossimo 29 ottobre al Centro pastorale di Seveso continua il dialogo itinerante che il cardinale Angelo Scola sta compiendo sul territorio per confrontarsi sui temi della lettera pastorale «Il campo e il mondo». L’incontro vedrà l’intervento di un responsabile di Comunità pastorale, un prete giovane della Pastorale giovanile e un prete anziano. Ne parliamo con padre Patrizio Garascia, Vicario episcopale della zona V.

Come si sono preparati i sacerdoti all’incontro con l’Arcivescovo?
L’incontro con l’Arcivescovo è atteso e desiderato. Il dialogo intenso che nasce in quel contesto dice il desiderio che i preti hanno di parlare con il proprio vescovo, di incontrarlo, di confrontarsi con lui sulla vita e sul ministero. Il vescovo è il padre, il maestro e il testimone a cui guardare per imparare a seguire e amare Gesù e la Chiesa. Anche questo incontro zonale annuale è una tappa importante per il cammino, un momento che, per come è vissuto, offre spunti di riflessione e di lavoro per tutto l’anno.

Quali sono le attese del confronto su «Il campo è il mondo»?
La nostra Zona è caratterizzata da un numero notevole di Comunità pastorali, che insieme a tante gioie presentano anche alcune fatiche. C’è poi il grande impegno per l’Iniziazione cristiana e la Pastorale giovanile. Dal confronto sulla Lettera e sulla proposta del nostro vescovo ci si attende un aiuto per ritrovare il senso di tutto quello che si fa nel campo che è anzitutto la nostra vita quotidiana. A questo proposito c’è una domanda che il vescovo a un certo punto pone:«Quello che facciamo, ciò per cui c’impegniamo, quello che ci tiene occupati e preoccupati testimonia che la nostra vita personale e comunitaria trova in Cristo il suo compimento?».Mi pare una domanda formidabile. Da qui si riparte e su questo ci si attende un aiuto per ritrovare un respiro e uno sguardo nuovo su tutta la realtà, a 360°, come dice il nostro Arcivescovo. Abbiamo bisogno di alzare lo sguardo per guardare oltre i confini delle nostre comunità e preoccupazioni pastorali; abbiamo bisogno di stupirci ancora di Dio nel sorprenderLo mentre semina a piene mani nel campo che è il mondo; abbiamo bisogno di metterci veramente in ascolto di tutti.

Come nelle scorse settimane sacerdoti e comunità cristiana si sono confrontati sulla Lettera pastorale?
Ho visto un interessante lavoro sulla Lettera nei Consigli pastorali delle Comunità e dei Decanati, partecipando ad alcuni incontri. Mi pare che il cammino che ci è chiesto è di imparare a non cedere subito alla domanda: cosa dobbiamo fare praticamente, concretamente? Occorre avere il coraggio di non dare per scontata la fede, che sappiamo essere non una “cosa astratta”, ma una esperienza reale di vita. Inoltre mi pare che dobbiamo avere più coraggio per proporre un confronto aperto anche a chi non partecipa ai nostri gruppi e magari non condivide la nostra stessa fede, perché – come scrive il nostro vescovo – «il testimone, quando è autentico, fa sempre spazio all’interlocutore e a tutte le sue domande, di qualunque tipo esse siano. Non esistono infatti domande dei nostri contemporanei che non siano nostre». 

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