Redazione

Suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata, è stata uccisa il 17 settembre scorso a Mogadisio (Somalia). Nata nel piacentino, era cresciuta a Sesto San Giovanni. Dopo trent’anni di missione in Kenya come infermiera, aveva accettato di aprire una scuola per infermieri nell’unico ospedale pediatrico della Somalia, dove già vi lavoravano quattro sue consorelle. Pubblichiamo alcuni stralci delle sue lettere alle consorelle.

Il Signore mi aiuterà a dargli tutto (13 dicembre 1977)
«Vorrei che attorno al Signore, davanti a Lui, noi tutte potessimo cantare quello che a volte cantiamo in Chiesa e che io non trovo il coraggio di dire: con cuore semplice e gioioso, ho dato Tutto, Signore mio Dio. Ma io spero che un giorno il Signore nella sua bontà, mi aiuterà a dargli tutto o… se lo prenderà… perché Lui sa che questo io realmente voglio… Lui sa!»

Siamo disposte a schierarci dalla parte dei più poveri?
(18 gennaio 1994)
«Noi non possiamo soccorrere i bisognosi di tutto il mondo, ma abbiamo un inderogabile dovere di essere autentiche testimoni di Cristo nella nostra vita di ogni giorno, qui dove siamo. Sorelle carissime, rivediamo assieme le nostre posizioni: siamo disposte a schierarci dalla parte dei più poveri, dei più bisognosi, aiutandoli a crescere nella totalità senza creare dipendenze? Siamo disposte a scelte che ci renderanno forse meno efficienti, più povere, più spoglie e più abbandonate alla Provvidenza? Siamo disposte ad andare a cercare coloro che il messaggio d’amore non l’hanno mai conosciuto, anche se questo implica distacco e sacrificio fino a dare la vita? Siamo disposte a dare la vita, a dare il sangue, se occorre, testimoniando la mitezza e la mansuetudine del Figlio? …Sì, io credo di sì. Credo che nel cuore di ciascuna di noi è viva e vibrante la freschezza della nostra prima chiamata».

Che il Figlio sia libero di perdonare attraverso la mia persona (20 giugno 1997)
«Noi, sia individualmente che come comunità dobbiamo renderci disponibili al processo dell’Incarnazione del Figlio in noi per poter essere la Consolazione del Padre. Cosa significa questo in pratica? Significa accogliere che il Figlio sia libero in ciascuna di noi, in me, libero di perdonare attraverso la mia persona a chi mi reca offesa, libero di spezzare il pane della bontà, della comprensione nella mia comunità, libero di fare in me il cammino che il Padre ha fatto fare a Lui, con le scelte che il Padre indica. Libero di farmi percorrere il cammino della pazienza, della mansuetudine, dell’umiltà che passa attraverso l’umiliazione… Libero di poter dire attraverso di me: Lo Spirito del Signore è su di me… mi ha consacrato, mi manda a portare la Buona notizia ai poveri, la libertà ai prigionieri… ad annunciare l’anno della Consolazione… a ricostruire le antiche rovine… Libero di amare attraverso di me con l’Amore più grande, l’Amore che va fino alla fine, che è più forte dell’odio e dell’inferno… nella verità, nella pratica di ogni giorno e di ogni momento».

Le armi di Gesù-Consolazione (20 giugno 1998)
«Sorelle, lo Spirito Santo, che geme nella realtà dell’oggi, ci chiede di renderci presenti e farci uno coi nostri fratelli e sorelle che soffrono oppressione, violenza e povertà per l’abuso di potere, di denaro… e causa di chi strumentalizza gli indifesi e semina morte e distruzione. Lo Spirito della Vita, della verità e dell’Amore ci invita, quasi ci supplica a prendere le armi di Gesù-Consolazione per vincere l’orgoglio seminatore di morte con l’umiltà, la non-violenza, la debolezza. Èun cammino che dobbiamo percorrere unite, insieme, perché è un cammino doloroso come quello della Croce ma che farà sgorgare lo Spirito Santo Consolatore dal cuore di chi, unita a Gesù, si dona a Lui per essere trasformata in Lui stesso-Consolazione».

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