Alle 9 nel Duomo di Monza l'Arcivescovo presiede la Messa per l'inizio dell'anno scolastico del Collegio. Il neorettore don Paolo Fumagalli: «Noi educatori abbiamo la responsabilità di offrire agli studenti un insegnamento pratico e una testimonianza vera»

di Annamaria Braccini

Collegio Villoresi
Il Collegio Villoresi a Monza

Proseguendo le sue celebrazioni per le Comunità educanti dei Collegi arcivescovili, martedì 7 settembre l’Arcivescovo sarà a Monza, dove in Duomo alle 9 presiederà la Messa per l’inizio anno scolastico del prestigioso Collegio Villoresi. A don Paolo Fumagalli, neorettore del Collegio, abbiamo chiesto quali siano le prospettive e i cammini educativi del Villoresi per i prossimi mesi. «Mi affaccio adesso a questa realtà antica, che esiste da ben 160 anni ed è perciò uno dei primi Collegi arcivescovili fondati per andare incontro alle esigenze della Chiesa che intendeva entrare nel mondo dell’educazione e della cultura in maniera sempre più incisiva e diretta. Noi vogliamo portare avanti questo ideale bello e profondo attraverso il nostro fare scuola in ogni ordine e grado», sottolinea subito.

Come è strutturato il Collegio?
Il Villoresi ha due sedi, Monza e Merate. A Monza abbiamo dal Nido alle Superiori, con circa un migliaio di studenti, mentre a Merate – dove sono presenti le scuole dell’Infanzia, Primaria e le Medie -, gli alunni sono oltre 300. Gli educatori, nel complesso, arrivano a 150-180 unità, dalle figure degli insegnanti classici ai “madrelingua” e a vari specialisti in singole materie.

Quali sono le sfide più urgenti da affrontare e i progetti a breve termine?
Penso che si debba prendere avvio da ciò che dice il Papa: la pandemia ci deve insegnare qualche cosa. Io, con gli insegnanti, vorrei portare avanti questa riflessione a partire da due parole. La prima è la condivisione di uno stesso progetto: quello di accompagnare, nell’educazione, dei piccoli che vogliono diventare grandi, adulti, persone pensanti. La seconda, ripresa sempre dal Papa, è la speranza che deve abitare il nostro modo di fare e di stare al mondo. Certo, viviamo tutti fatiche e difficoltà, ma abbiamo anche una speranza nel cuore: non siamo soli in questo vagare nel mondo, il Signore è sempre accanto a noi. Questo vogliamo far sperimentare ai ragazzi che ci sono affidati, perché possano crescere con un poco di sapienza cristiana.

L’Arcivescovo parla spesso di un’emergenza spirituale, che riguarda in modo particolare i più giovani e che è stata aggravata dalla didattica a distanza e dall’isolamento scolastico. Come aiutali a superare questa fase?
Anzitutto occorre agevolare la relazionalità, proponendo comunque e sempre possibilità di incontro, di confronto e di scambio, specie nelle lezioni, Mi pare di poter dire che questo tempo storico, da una parte, sembra aver abbandonato la sfera della spiritualità, dall’altra tuttavia, in modo paradossale, fa emergere gli interrogativi profondi del perché siamo al mondo e che senso abbia il vivere. Ritengo che, se bene accompagnate, tali domande possono portare a risposte sorprendenti nei ragazzi. Questa non è solo teoria, ma diventa declinazione pratica nel vivere l’esperienza quotidiana della scuola.

Si può quindi dire, che la parola-chiave sia “responsabilità”, da parte di tutti coloro che sono coinvolti nella scuola, ma naturalmente, in primis, di chi opera in un Collegio arcivescovile, espressione della nostra Chiesa…
Esattamente. Come dice spesso l’Arcivescovo, i Collegi arcivescovili sono le “sue” scuole, quindi noi rettori, in questo ruolo, siamo semplicemente il volto del Vescovo che ne porta la parola. Proprio recentissimamente il Papa ha fatto riferimento a questa responsabilità che spinge i cristiani a riconoscere le proprie colpe senza imputarle sempre agli altri, al mondo che è sbagliato o alla sfortuna. La responsabilità è personale, perché sono io che scelgo come vivere, come amare, come gestire gli spazi, l’impegno il tempo libero, i sentimenti. Quando noi adulti facciamo vedere che siamo responsabili e che, anche quando sbagliamo, riconosciamo gli errori commessi, i piccoli imparano, perché hanno davanti a loro non una lezione teorica, ma un insegnamento pratico e una testimonianza vera.

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