Don Giulio Carlo Stucchi, cappellano dell’Istituto dove l’Arcivescovo intonerà il Te Deum nell’ultimo giorno dell’anno: «I nostro ospiti hanno bisogno di “sentirsi” persone»

di Cristina CONTI

Don Giulio Carlo Stucchi

Il 31 dicembre alle 16 il cardinale Angelo Scola sarà al Pio Albergo Trivulzio per la celebrazione della tradizionale Messa con il canto del Te Deum insieme agli anziani ospiti. Abbiamo chiesto al cappellano don Giulio Carlo Stucchi come si svolgerà questo incontro.

Dove si svolgerà la messa quest’anno?
La chiesa al momento è chiusa perché inagibile. Sono appena iniziati i lavori di messa in sicurezza con un’impalcatura sul soffitto. Entro il 29 dicembre dovremmo avere l’agibilità. Se ci sarà, celebreremo la messa in chiesa negli spazi interni tra le impalcature, altrimenti la faremo nell’auditorium. Alle 16 aspetteremo l’Arcivescovo nel cortile centrale e poi accompagneremo i malati alla Messa con l’aiuto di famigliari e volontari.

Chi sono gli ospiti del Trivulzio oggi?
Il mondo qui è variegato. Questo è infatti un luogo di ricovero e una residenza sanitaria assistenziale. Il nostro compito è soprattutto quello di essere attenti ai loro bisogni, di essere capaci di cogliere le domande che portano nel cuore e intervenire con una parola, una carezza. Quanti si trovano qui hanno bisogno soprattutto di essere sentiti come persone. A volte sono restii davanti alle grandi domande di senso della vita. Spesso chi viene ricoverato qui ha una sensazione di adagiamento, manca del desiderio di portare dentro di sé un senso e di essere capace di domande.

Cosa fate per loro?
Cerchiamo di aiutarli ad aprirsi alla vita. Sono qui da oltre 23 anni perché sono convinto che la vita non possa chiudersi in uno spegnimento e in una rassegnazione. È importante che ogni persona esprima qualcosa di sé fino alla fine. Cerchiamo di stare vicino agli anziani con un’assistenza spirituale e religiosa. La prima raggiunge tutti, cristiani e non cristiani, i praticanti e quelli che non si mettono in ascolto. La seconda prevede gli appuntamenti canonici: Messa, confessioni, celebrazione del Natale e delle altre feste liturgiche. Per preparare la venuta di Gesù, per esempio, abbiamo portato un dono a tutti, piano per piano: una parola (leggevo un brano del Vangelo e mi soffermavo su qualche termine che potesse dare coraggio), un dono grande perché sostiene la vita, l’olio (che per i malati è segno della presenza di Cristo che si fa accanto a chi soffre), il pane eucaristico (che produce un effetto opposto al cibo sul nostro metabolismo, perché gli alimenti vengono trasformati dalle esigenze biologiche, mentre Cristo trasforma noi, rendendoci capaci di dare senso alla vita) e l’immagine della nascita di Gesù di Carl Heinrich Bloch con dietro il testo del canto Astro del ciel.

Quest’anno per il Tribulzio è un po’ particolare…
Sì, purtroppo stiamo attraversando una situazione economica difficile per via dei debiti. Ma quello che voglio sottolineare è la grande positività nella gestione interpersonale del nostro Istituto. Anche in carenza di mezzi e risorse, il personale si sta dando molto da fare e ha una grandissima passione per l’uomo, che deve essere servito anche in età avanzata e nelle sue tante tipologie.

Di che cosa hanno bisogno oggi gli anziani?
L’anziano non ha bisogno del miracolo e nemmeno della rabbia che spesso accompagna queste situazioni. Ma di essere dentro alla vita che ha iniziato tanti anni fa. Ha bisogno di una cultura forte, coraggiosa, aperta e piena di aspettative che può rivitalizzare i corpi segnati dalle diverse malattie. Non c’è una morte che è solo tale, ma è un momento che dà senso a tutto. Ed è davvero bello vedere persone che concludono la loro esistenza pieni di ricordi, di affetti e di passione per la vita.

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