Riconoscimento dell’Università Babeş-Bolyai per il suo contributo alle scienze teologiche e la sua missione pastorale. Il viaggio del'Arcivescovo occasione per approfondire i rapporti tra la Chiesa ambrosiana e quella greco-cattolico romena

di Luciano ANGARONI

Angelo Scola

Il cardinale Angelo Scola si recherà nei prossimi giorni a Cluj-Napoca, capitale della Transilvania (Romania), dove mercoledì 5 giugno riceverà da parte dell’Università Babeş-Bolyai il titolo di Doctor Honoris Causa. Così recita la motivazione: «Il conferimento di questa dignità onorifica è l’espressione dei contributi portati da Sua Eminenza all’approfondimento delle scienze teologiche, allo sviluppo della formazione teologica universitaria e alla grandezza della sua missione pastorale, nella quale il dialogo tra la religione e la cultura svolgono un ruolo essenziale. (…) È un grande onore per l’Università Babeş-Bolyai di Cluj-Napoca, in particolare per le quattro Facoltà di Teologia (cattolica romana, greco-cattolica, ortodossa e protestante), di accoglierla oggi tra i suoi dottori honoris causa, di rendere omaggio a una personalità religiosa e intellettuale che è riuscita a incidere le forme del mondo contemporaneo nelle sue strutture spirituali, educative, culturali e sociali».

Questo viaggio si presenta anche come un’opportunità pastorale, per approfondire la reciproca conoscenza fra la Chiesa ambrosiana e la Chiesa greco-cattolica rumena e la collaborazione che ha comunque già una storia.

Da anni diverse parrocchie della nostra diocesi ricevono un aiuto pastorale nei tempi forti dell’Anno Liturgico e in estate da diversi sacerdoti greco-cattolici. Anche il VII Incontro Mondiale delle Famiglie è stato una preziosa occasione di accoglienza e di amicizia fra le nostre famiglie e le loro. Questa presenza ci ha fatto scoprire la ricchezza specifica della Chiesa greco-cattolica rumena e la sua testimonianza fino al martirio nella persecuzione del secolo scorso (1948-1989). Basti citare la Lettera Apostolica del Beato Giovanni Paolo II, scritta nell’Anno Santo 2000, in occasione del terzo centenario dell’Unione della Chiesa greco-cattolica rumena con Roma: «Il cammino della Chiesa greco-cattolica di Romania non fu mai facile, come dimostrano le sue vicissitudini. Ad essa, nel corso dei secoli, fu chiesta una dolorosa e difficile testimonianza di fedeltà all’esigenza evangelica dell’unità. Essa è diventata così in modo speciale la Chiesa dei testimoni dell’unità, della verità e dell’amore. La Chiesa greco-cattolica di Romania affonda le sue radici nella Parola di Dio, nell’insegnamento dei Padri e nella tradizione bizantina, ma trova inoltre una sua peculiare espressione nell’unione con la Sede Apostolica e nello stigma delle persecuzioni del XX secolo, oltre che nella latinità del suo popolo».

In quel tremendo periodo del regime comunista, due generazioni di vescovi greco-cattolici (in totale 12) sono stati incarcerati per diversi anni, senza che nessuno di essi tradisse. Uno di loro è morto durante gli interrogatori, 4 sono morti in prigione e gettati nelle fosse comuni, 4 sono morti agli arresti domiciliari. Uno dei tre sopravvissuti, monsignor Ioan Ploscaru (1911-1998), vescovo di Lugoj, ha scritto un libro di memorie recentemente pubblicato anche in Italia (Catene e terrore, EDB, Bologna 2013; vedi anche la recensione su Avvenire-Agorà dell’1 marzo 2013), dove senza alcun rancore racconta l’esperienza spirituale del periodo della persecuzione, vissuta come adesione alla volontà da Dio e tempo di santificazione.

Confortati da queste testimonianze, chiediamo al Signore la grazia di vivere anche noi questo Anno della Fede protesi alla missione, secondo l’autorevole indicazione del cardinale Scola: “Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all’umano”.

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