Il ricordo del Nicora Rettore del Seminario ed educatore da parte di un giovane seminarista del primo gruppo di "prima teologia", oggi vescovo ausiliare della Diocesi

di Franco AGNESI
Vescovo ausiliare di Milano

Attilio Nicora

Nell’ottobre del 1970 alcuni giovani seminaristi provenienti da Saronno, dove avevano fatto il primo anno di teologia (che a quel tempo si chiamava “Prope”) incontrarono il nuovo Rettore, fresco di nomina, di cui si vedevano immediatamente la statura e l’altezza, non solo dei centimetri, ma della sua autorevolezza: quanto diceva, lo viveva.
Era l’inizio del suo Rettorato e noi fummo la sua prima “prima teologia”. Poi ne vennero di migliori, senza dubbio, ma noi fummo la prima. Non senza sofferenze per lui; ci guidava, noi ex sessantottini un po’ sbiaditi ma con ancora dentro la critica e il sospetto, ad affrontare con serietà, coraggio e intelligenza le sfide che il cristianesimo popolare della nostra tradizione stava affrontando, con non poche paure, chiusure e avventure sconsiderate. Sfide che riguardavano anche il prete. Difese da Rettore la presenza dei giornali quotidiani laici in Seminario, ma non mancava di aiutarci a riflettere sui cortocircuiti politici e anche ecclesiali che rischiavano di renderci vittime di ideologie, oppure di fuggire la realtà rifugiandoci in intimismi o peggio ancora clericalismi di corto respiro.
Ricordo che ci abbracciò a lungo il giorno dell’ordinazione presbiterale, come un padre preoccupato e ricco di umanità. Sì, infatti era veramente ricco di umanità, anche se trattenuta dalla sua timidezza. Le battute fulminanti, accompagnate dal suo riso trattenuto, che era diventato inconfondibile, accompagnavano sempre gli incontri con lui: quelli comunitari e quelli personali.
Don Attilio Nicora era un educatore. Un educatore che ti faceva vedere il mare per darti il fascino della vocazione e della missione; ma anche un educatore che ti dava la mappa per navigare e ti insegnava a leggerla. La mappa della fede e del ministero sacerdotale che ci ha dato e sempre stata una: la Chiesa. Quella reale, quella della storia in cui viviamo, quella del popolo di Dio che incontriamo, quella dell’Arcivescovo che abbiamo. La Chiesa che ogni giorno vive la responsabilità di essere per la gente, la società civile, le istituzioni politiche, una riserva di vocazioni al bene comune.  Il senso della giustizia emergeva in lui sempre preponderante, anche quando si trattava di cambiare abitudini e pigrizie che potevano scomodare i privilegi della Chiesa stessa.
Con questo stile ha servito e difeso la Chiesa, e ha sofferto per lei. Viveva per la Chiesa con grande libertà di cuore. Gli piaceva dire che lavorava in seconda linea per preparare il necessario per chi combatteva in prima linea. Mi colpì il fatto che nel 2004, creato Cardinale, presiedette la Messa della Festa dei Fiori e ritornava per la prima volta a Venegono, dove fu rettore di teologia dal 1970 al 1977. Quanti altri segni di libertà interiore ci ha testimoniato nel suo illuminato e umile servizio. Anche la scelta di essere sepolto a Verona, la Diocesi che ha servito, mi sembra una chiara testimonianza del suo stile di uomo, prete, vescovo, cardinale giusto e fedele.

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