Per quasi 40 anni incaricato diocesano della Pastorale di settore, è scomparso a 92 anni. «Povero tra i poveri, viveva anche lui in roulotte - ricorda il suo collaboratore e successore don Marco Frediani -. Un uomo di preghiera dotato di intuito profetico»

di Stefania CECCHETTI

Don Mario Riboldi
Don Mario Riboldi

«Un uomo dotato di intuito profetico, che aveva capito già prima del Concilio Vaticano II che il Vangelo si vive accanto agli ultimi». Così don Marco Frediani – incaricato diocesano per la Pastorale dei nomadi e vicario parrocchiale a Sant’Agnese, a Quarto Oggiaro – ricorda il suo “mentore” don Mario Riboldi, il prete degli zingari, scomparso ieri a 92 anni in una casa di riposo vicino a Como. I funerali si terranno venerdì alle 11 nella chiesa di San Martino a Biassono (piazza San Francesco).

Ordinato sacerdote nel Duomo di Milano il 28 giugno 1953, don Mario svolse il suo ministero prima nella parrocchia di Vittuone e poi in quella di Casirate. Nel 1957 si trasferì a Gninano, al confine delle province di Milano e Pavia, dove la sua parrocchia era proprio di fronte a un campo nomadi. «Quando vide le prime carovane – racconta don Frediani – don Mario si fece subito una semplice domanda: “Chi porta il Vangelo a queste persone?”». La risposta è scritta nella vita di don Riboldi, che da quella prima domanda in poi è stata interamente dedicata ai nomadi. Una dedizione, la sua, riconosciuta nel 1971 dall’incarico diocesano per la Pastorale dei nomadi, abbandonato soltanto nel 2018.

«Non ha mai voluto apparire, è sempre stato povero tra i poveri, vivendo anche lui in roulotte – ricorda don Frediani -. Ancor prima che arrivasse papa Francesco a parlare della “Chiesa in uscita”, don Mario aveva già intuito che non si fa evangelizzazione da ricchi, ma solo prendendo bisaccia e sandali. Era un uomo di preghiera, nel profondo. Ovunque fossimo, in un campo nomadi, in carcere, in viaggio, cascasse il mondo ci si fermava per pregare negli orari canonici».

Don Mario era anche un assiduo frequentatore della Parola di Dio, come racconta sempre don Frediani: «Ha tradotto il Vangelo di Marco e i Salmi nelle diverse lingue dei nomadi, tra cui il promane, la lingua dei Rom della Slovenia e della Croazia, il romanes, la lingua dei Rom dell’Europa dell’Est che ha tantissime varianti, ma un ceppo comune a tutte. Se i Rom possono pregare in Italia nella loro lingua è grazie a questo lavoro di don Mario».

Un altro aspetto dell’impegno del sacerdote amico dei Rom fu la cura delle vocazioni sorte tra Rom e Sinti. Un’attenzione sfociata nella raccolta della documentazione per la causa di beatificazione di Ceferino Giménez Malla, martire ucciso nella guerra civile spagnola, primo beato nella storia del popolo zingaro: «Adesso don Mario lo incontrerà in Paradiso», scherza don Marco.

Don Frediani è stato accanto a don Mario dall’inizio del ministero nella diocesi di Milano, quando come primo incarico venne assegnato alla pastorale dei Rom e dei Sinti: «Mi affidarono a don Mario, che nel 2014 mi inviò nel campo nomadi di via Idro. Dopo sette mesi, fui sgomberato insieme ai Rom e mi ricongiunsi con don Mario, che viveva in una roulotte insieme ai Sinti di Brugherio. È stato don Mario a introdurmi in questo mondo, grazie all’autorità morale che aveva presso i Rom non solo della diocesi, ma di tutta Italia ed Europa».

E in effetti, dal giorno della sua morte, racconta ancora don Frediani, arrivano telefonate non solo da tutta Italia, ma anche dall’Europa sul suo telefono e quello di due storici collaboratori di don Mario: padre Luigi Peraboni, che ha alle spalle un cinquantennio di vita comune con don Mario, e don Massimo Mostioli, che vive con i Sinti di Pavia.

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