Il 30 ottobre è morto il sacerdote ambrosiano da tempo malato di Sla: aveva 79 anni; i funerali il 4 novembre alle 11 nella parrocchia milanese Madonna di Fatima e su YouTube. La sua vita era stata raccontata in un libro di Vittore De Carli: pubblichiamo il capitolo a lui dedicato

Don Mario Monti con l'Arcivescovo
Don Mario Monti con l'Arcivescovo a Caravaggio in occasione dell'incontro dei Vescovi lombardi con i preti anziani e malati nel 2018

Sabato 30 ottobre è morto don Mario Monti, sacerdote ambrosiano. Aveva 79 anni e da tempo era malato di Sla, ma ciononostante aveva proseguito il suo ministero sempre con il sorriso sulle labbra. Vittore De Carli ha raccontato la sua vita in un capitolo del libro Come seme che germoglia. Lo pubblichiamo per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Quando si dice tutto casa e chiesa. Mario Monti nasce l’8 aprile del 1942 a Milano, in via Ennio al numero 15.  Al numero 16 della stessa via, proprio di fronte a casa sua, vi è la parrocchia di San Pio V, dove il 29 giugno del ’67 ha celebrato la sua prima Messa, ed è lì che il giovane Mario passa le sue giornate. «Sono nato in piena guerra, ultimo di 5 figli, di genitori portinai».

«Appena avuta l’età giusta – racconta don Mario – ho iniziato a frequentare l’asilo di fronte a casa, così come hanno fatto tutti i miei fratelli e più avanti mia nipote, prima, e le pronipoti poi. Naturalmente ho pochi ricordi di quegli anni, ma mi raccontavano che fossi un bambino terribile. Più di una volta le brave e pazienti suore mi tenevano in asilo anche oltre l’orario normale perché la mamma era impegnata con la portineria e i problemi della guerra».

Molto chiaro in don Mario è invece il ricordo di quando «uscendo dall’asilo per tornare a casa le suore si sfilavano dalla cintura un Crocefisso e ce lo facevano baciare e probabilmente ci benedicevano dandoci le ultime raccomandazioni di fare i bravi. Di quel periodo conservo una bella foto fatta davanti alla Cappellina della Madonnina, nel grande cortile, tutti, maschi e femmine, con un bel grembiule bianco. Fortunatamente i bombardamenti non avevano interessato la nostra casa e neppure la chiesa e l’asilo».

«Dopo la mia ordinazione e la mia prima Messa in San Pio V, per dieci anni – continua nel suo racconto don Mario – ho seguito l’oratorio maschile di San Vito al Giambellino e per trent’anni sono stato cappellano presso gli ospedali Fatebenefratelli e Macedonio Melloni». Dall’1 febbraio 2009 e fino a ottobre del 2010 don Mario ricopre un incarico pomeridiano all’Istituto oncologico europeo di via Ripamonti e adesso collabora a tempo pieno nella parrocchia Madonna di Fatima, dedicandosi alle celebrazioni dei sacramenti e accogliendo tutti i pomeriggi i fedeli nella chiesetta dell’Assunta. Chiesetta, in fondo a via Ripamonti, molto cara a don Mario che in questi anni si è fatto promotore del suo restauro e alla quale ha dedicato un volume. La chiesetta, infatti, rivela agli appassionati d’arte uno spezzone importante di storia milanese, legata al medioevale monastero del Castellazzo.

È il 2009 quando don Mario a ottobre inizia ad avere problemi di deambulazione e ad accorgersi che qualcosa in lui non va. Occorre quindi consultare un medico e fare esami approfonditi. Esami che danno un drammatico responso: Sla. Va ricordato che il paziente che viene colpito dalla Sla soffre di una degenerazione progressiva del motoneurone centrale e periferico, con un decorso del tutto imprevedibile e differente da soggetto a soggetto, con esiti disastrosi per la qualità della vita oltre che per la sua sopravvivenza.

«Ero felice e beato come il famoso Giobbe della Bibbia fino a quando si è manifestata la Sla che ha aggredito i muscoli degli arti inferiori, per ora (e di questo ringrazio sempre il Signore), così ho dovuto lasciare l’ospedale oncologico e mettere fine ad accompagnare i fedeli nei vari pellegrinaggi nei santuari della Terra Santa o dell’Europa: Lourdes, Fatima, Padre Pio, Loreto, Roma, Santiago di Compostela, Cascia, Orvieto, Lanciano, Assisi».

Il 21 giugno si celebra la giornata mondiale della Sla, sclerosi laterale amiotrofica, patologia che affligge oltre 400 mila persone in tutto il mondo di cui 6 mila in Italia. Il 21 giugno è stato scelto perché è il giorno del solstizio d’estate, simbolicamente un punto di svolta che indica la speranza che questo giorno possa segnare in futuro un punto di riferimento della ricerca e ne indichi la terapia e la cura. Le conseguenze di questa malattia sono la perdita progressiva e irreversibile della normale capacità di deglutizione (disfagia), dell’articolazione della parola (disartria) e del controllo dei muscoli scheletrici, con una paralisi che può avere una estensione variabile, fino ad arrivare alla compromissione dei muscoli respiratori, quindi alla necessità di ventilazione assistita.

«Con la malattia – osserva don Mario – sono sorte anche in me le solite domande che mi facevano gli ammalati che incontravo in ospedale: “Perché questa malattia?”, “Perché proprio a me?”. E la tentazione è stata quella di Giovanni Paolo II o quella più recente del compianto cardinale Martini, scomparso il 31 agosto del 2012:  “Lasciatemi andare… non desidero nessun accanimento”».

«Quel “lasciatemi andare” – ricorda don Mario – era come il desiderio del fuggitivo che vuole morire perché stanco dei propri dolori e dei disagi che prova e fa provare agli altri. Ma la fuga o l’inizio della depressione è stata superata dalla presenza di tanti angeli, i miei parrocchiani, e con loro e per loro ho trovato la forza nella preghiera, nella Messa perché, come dice il delizioso libretto dell’Intimidazione di Cristo “chi vive senza Gesù è il più povero degli esseri umani mentre chi lo trova può ben dirsi il più ricco”. Per questo sono ripartito».

Ecco quindi che a don Mario viene spontanea una considerazione: «Il Signore vuole usarmi per qualche suo disegno, disegno che devo cercare di capire in questa malattia. Ecco che, grazie certamente allo Spirito Santo che si manifesta anche nell’affetto e nei bisogni della gente quando si sta attenti, ho cercato di superare la tentazione del “lasciarmi andare” e sforzarmi di ricavare un bene dal male».

Subito per don Mario iniziano gli approcci terapeutici, dapprima senza successo. Don Mario viene più volte rivalutato a Pavia e ricoverato poi presso gli istituti Maugeri di Milano. La fase iniziale della malattia in don Mario comporta problemi alla deambulazione e alla deglutizione fino a costringerlo a respirare aiutato da una mascherina.  Arriva il momento in cui però don Mario non riesce a respirare più, neppure con l’ausilio della mascherina, ed ecco quindi che è necessario intervenire con una tracheotomia e con la ventilazione artificiale. Inoltre è stato sottoposto a Peg, cioè un intervento di gastrostomia cutaneo che consiste nell’inserimento di un piccolo tubo nello stomaco per consentirgli di mangiare.

Nel 2017 don Mario incontra papa Francesco durante la sua visita a Milano: «È stato un momento intenso – ricorda – incontrare in quel momento il Santo Padre. Vedere la sua umanità, la sua attenzione per gli ultimi e gli ammalati. Gli ho augurato che lo Spirito Santo lo illumini sempre nel lavoro che sta svolgendo a favore della Chiesa, del clero, del popolo di Dio. Papa Francesco mi ha risposto con parole di incoraggiamento e mi ha detto che lui prega per tutti, in modo particolare per gli ammalati, per i preti e per tutte le persone deboli».

Dopo aver frequentato per 32 anni gli ospedali come cappellano, don Mario ricorda le parole che diceva agli ammalati che chiedevano una parola di conforto dal loro letto di sofferenza: «Raccontavo loro che Gesù nel Vangelo ti fa capire che tante volte è vicino ai sofferenti. Lui ha salvato il mondo morendo sulla Croce. Fermo, inchiodato non poteva muoversi, ma poteva parlare. Ho pensato che anch’io, con questa mia menomazione non potevo smettere di essere sacerdote e che era il momento più importante di essere prete. Non potevo più essere attivo materialmente ma lo potevo essere spiritualmente».

«Dio – ci confida don Mario – non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza». Questo pensiero, dello scrittore cattolico francese Paul Clodel (+1955), è un pensiero molto vero che tenta di far piazza pulita di tante sterili spiegazioni di una realtà che in sé ha il volto misterioso, il dolore. Gesù, sceso sulla terra per nostro amore e morto a 33 anni, non spiega la nostra fragilità, il limite, il male che ci assedia, ma li condivide assumendoli in sé e, quindi, introducendo in essi un seme di divinità, una presenza che è esplosiva perché è eterna, perfetta, infinita.

«L’amore di Dio – continua don Mario – non mi protegge da ogni sofferenza. Mi protegge, invece in ogni sofferenza. Questo è il pensiero di un teologo tedesco Hans Kung. L’esperienza del dolore ci fa scoprire la nostra finitezza di creature e questo potrebbe diventare disperante e angosciante: è, in pratica, essere consapevoli di una prigione che ci stringe e ci soffoca. L’ingresso del Figlio di Dio in questo carcere è il segno di una svolta: egli ha aperto la porta e, pur non eliminando la nostra condizione di creature, ci ha preso per mano e ci conduce oltre la sofferenza e la morte. È la tappa ulteriore che attendiamo perché, “se noi avessimo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, saremmo da compiangere più di tutti gli uomini” ha scritto san Paolo nella lettera ai cristiani di Corinto».

E, si chiede don Mario: «È sempre e tutto negativo il dolore? Ricordo volentieri uno tra i tanti episodi al Fatebenefratelli: visitando un uomo in ortopedia che si era fratturato una gamba, questi mi raccontava di suo figlio, di 5 anni, che quando andava a trovarlo era tutto felice perché, con una gamba rotta e impossibilitato a muoversi, gli diceva che “per almeno 30 sere sei a casa con noi”. Quell’uomo – ricorda don Mario – era contento perché quell’incidente gli aveva fatto capire tanti valori trascurati e avrebbe migliorato senz’altro la sua vita».

«Ecco che avevo capito che potevo e dovevo dare un senso alle mie giornate: le ore che avrei passato in ospedale visitando i malati – sottolinea don Mario – oggi servono per tenere aperta e far rivivere la vecchia parrocchia dell’Assunta del 1606, una chiesa importante, testimoniata dalla presenza del cardinale Cesare Monti che celebrò alcune Messe per imparare il rito ambrosiano prima di fare il suo ingresso come arcivescovo a Milano: morirà il 16 agosto del 1650 ed è sepolto in Duomo, davanti all’altare della Madonna».

In occasione dei festeggiamenti per i 50 anni del suo sacerdozio, don Mario ha voluto battezzare due donne adulte. Lo ha fatto in carrozzina e nonostante le difficoltà che la Sla gli procurava: «Per me sacerdote questa è stata un’ulteriore conferma che nonostante tutto potevo svolgere il mio ministero. Lo faccio tutti i giorni celebrando la Messa nella chiesetta dell’Assunta e tutti i pomeriggi recitando il rosario con i parrocchiani. Inoltre sono sempre disponibile per la confessione».

Sembra che la malattia abbia dato a don Mario una carica in più: «Gli altri ammalati, ma soprattutto il Signore mi sta vicino e vuole che non vada in pensione ma debba continuare la vita sacerdotale in qualsiasi ruolo, anche in carrozzina. Carrozzina – tiene a sottolineare – che non frenerà il mio sacerdozio». Una carrozzina che, per certi versi, è diventata per don Mario una sorta di altare attorno al quale si ritrovano i suoi amici. Il fatto di essere accanto a don Mario aiuta moltissimo a vivere la quotidianità, a porsi domande sul significato della sofferenza, vedere che per molti non è più possibile fare cose scontate come il semplice mangiare, camminare. Osservare, tuttavia, la serenità con cui don Mario vive il suo ministero, fa capire a tutti i suoi parrocchiani che c’è un progetto più grande per ciascuno di noi.

L’esempio più grande di don Mario è la sua vita quotidiana con tutte le sue difficoltà. Difficoltà che don Mario affronta però sempre con il sorriso sulle labbra. «Il nostro papa Francesco dice che il malato va sempre assistito, fino a quando è possibile. Non bisogna mai staccare la spina, ma piuttosto aiutare sempre gli ammalati. Compito del medico è curare la vita, non sopprimerla. Credo che non esista una vera ricetta per aiutare i malati ad affrontare le loro malattie – sottolinea don Mario – ma la vicinanza di persone e amici sinceri, dei propri familiari, lo aiutino e lo stimolino dandogli un po’ di carica».

Don Mario conclude ricordando le parole di papa Benedetto XVI, pronunciate l’11 dicembre del 2012: «Voi tutti che sentite più gravemente il peso della croce sappiate che non siete soli, né abbandonati, né inutili: siete chiamati da Cristo, la sua immagine vivente…».           

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