Il Discorso del Cardinale è un invito alla città che non evita punti spinosi: non si limita a parlare di crisi, impone di uscire dall’individualismo, suggerisce un metodo per affrontare la situazione

di Francesco CASETTI
Docente alla Yale University, nell’Humanities Program e nel Film Studies Program; consultore del Pon

Francesco Casetti

La prima cosa che colpisce del Discorso del cardinale Angelo Scola è il tono: da un lato c’è l’affermazione del diritto e insieme del dovere di un Pastore di rivolgersi alla sua città; dall’altro c’è però anche una sorta di prudenza nell’offrire soluzioni dettagliate ai problemi di questa stessa città. Certo, il cardinale Scola ha fatto da poco il suo ingresso a Milano: conosce bene l’ambiente, e si attende di conoscerlo meglio. Ma c’è, almeno mi pare, anche una questione di stile, e cioè la volontà di evitare ogni timidezza, e nello stesso tempo di far chiaramente spazio all’analisi e all’ascolto. Le parole del Cardinale sono soprattutto un invito alla città, non un editoriale di un esperto o di un notista.

Il Discorso tuttavia è ricco di spunti sostanziosi, e non evita argomenti controversi. Ci sono in particolare tre aspetti che vorrei sottolineare. Il primo è apparentemente di natura lessicale: il Cardinale parla direttamente di crisi, ma lega anche subito la parola a due altri termini, transizione e travaglio. Le parole contano, e queste parecchio. Se ci fermiamo al concetto di crisi, rischiamo di lasciar aperta la porta all’idea che, dopotutto, se ne esce ristabilendo i vecchi equilibri precedenti. Parlare di transizione significa invece evidenziare che siamo in cammino, e che dobbiamo prepararci a orizzonti sempre nuovi. Anzi, dobbiamo aiutare la nascita del nuovo, sia pur passando attraverso la pena di un travaglio. Del resto, l’accettare di essere viaggiatori dentro la storia, e insieme di essere levatrici di un giorno che viene, è la sola cosa che può ridarci per davvero una speranza. Quella speranza di cui abbiamo il più grande deficit, oggi in Italia, e che fatica ad affacciarsi in generale nel mondo occidentale.

In secondo luogo il Cardinale ci ricorda nella sua allocuzione che l’uomo è un essere eminentemente relazionale. Il rapporto con gli altri non ci aiuta semplicemente a sentirci meno soli. Piuttosto, ci impone di uscire da un approccio individualistico, ma aggiungerei anche da un approccio nel quale quel che conta è il richiamo più immediato alla propria "tribù" circoscritta. Noi tutti agiamo nell’orizzonte di una comunità. Da questa consapevolezza nasce l’avvio stesso del Discorso, dedicato all’essere città vista non come un semplice contenitore, ma come un corpo vivo di uomini che si rapportano gli uni agli altri. E da essa consegue anche la sua conclusione, dedicata alla pace, concepita non come un equilibrio di forze, ma come una situazione di unità pur nelle differenze. Ma il senso della relazionalità alimenta soprattutto il richiamo, centrale nell’allocuzione, alla  fiducia, uno stato che ruota attorno all’accettare e all’essere accettati dall’altro. Di nuovo, siamo dentro un tema caldo nel mondo occidentale, in particolare negli Stati Uniti, dove il contrasto tra l’individualismo più spinto e la presenza di un senso collettivo è assai visibile. Ma proprio gli Stati Uniti ci ricordano come siamo destinati a essere una comunità, e lo fanno innanzitutto con la loro storia, fatta di stranieri che diventano prossimo.

Il terzo aspetto riguarda una serie di passaggi più addosso all’attualità. Il cardinale Scola affronta snodi come il ruolo della finanza, la necessità di nuovi modelli produttivi, l’attenzione ai giovani e agli anziani, la questione dell’immigrazione; e indica quale strada da percorre il fatto di implementare le pratiche virtuose già in atto. Trovo qui un elemento di grande interesse: più che l’avanzare di soluzioni pronte all’uso, il Cardinale suggerisce un metodo. Da un lato richiama la dottrina sociale della Chiesa (che, egli aggiunge, non va evocata in modo ritualistico); ma dall’altro lato richiama anche la necessità di analisi concrete, cui facciano seguito risposte altrettanto concrete. Questo doppio rinvio implica sia l’importanza di un giudizio corretto, cui andiamo tutti educati, sia l’inevitabile accettazione del rischio di lavorare nella attualità e nella contingenza. C’è un quadro di riferimento, non delle formule. C’è una sfida, non delle ricette. E soprattutto c’è un senso di responsabilità, individuale e collettiva, da recuperare in pieno. Essere responsabili significa appunto sia educare il proprio giudizio, sia rischiare delle risposte. Insomma, mettersi alla prova. Negli Usa questo richiamo al senso di responsabilità, oltre e forse di più che il bisogno di regole, è uno degli assi forti del dibattito in corso. Cosa che ad esempio ha portato molte università a dare maggior spazio alla filosofia morale nei corsi di economia…

Insomma, il Cardinale nella parte conclusiva del suo Discorso ci ricorda l’importanza di un impegno quotidiano, con i suoi tentativi e le sue correzioni in corso. La strada è faticosa. Ma il tempo delle scorciatoie è proprio finito.

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