Il 18 novembre l'iniziativa di preghiera per le vittime e i sopravvissuti. Don Parolari (Servizio regionale di tutela): «Ascoltare le persone ferite, cercare giustizia per i responsabili, prevenire questo fenomeno, soprattutto nei contesti educativi»

di Luisa BOVE

minore

Per la prima volta giovedì 18 novembre tutta la Chiesa italiana vivrà la Giornata di preghiera per le vittime di abusi e i sopravvissuti, voluta da papa Francesco e promossa dal Servizio nazionale per la tutela dei minori. Un’occasione per non dimenticare nessuno, affidare tutti al Signore e sensibilizzare ogni credente a un tema molto delicato. Ne parliamo con don Enrico Parolari, prete-psicoterapeuta della Diocesi di Milano, membro del Servizio regionale di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili.

Cosa significa per la nostra Diocesi questa Giornata?
Tutte le Chiese diocesane sono coinvolte in un cammino, che è prima di tutto culturale e di mentalità, poi di ascolto verso le persone ferite, di risposta in termini di giustizia per fermare chi abusa delle persone, dei minori come di chi è vulnerabile, e infine di prevenzione in ogni contesto ecclesiale, soprattutto in quelli educativi. La Giornata di preghiera invita le Chiese diocesane a entrare con più slancio e con tutte se stesse nella meditazione della Parola, nell’ascolto di chi è ferito e nell’intercessione per giungere a una conversione che tocchi le coscienze, accenda l’impegno e porti a nuove e buone pratiche nelle relazioni ecclesiali ed educative.

La Cei e la Diocesi propongono alle parrocchie uno schema di preghiera per le vittime di abuso, ma anche per i sopravvissuti. Oggi è a loro che va posta l’attenzione, perché le ferite di chi ha subito restano tutta la vita…
Questo riferimento ai sopravvissuti è molto opportuno – pensando a chi è stato vittima di abusi – e viene da una duplice consapevolezza: non è detto che si sopravvive all’abuso, che spesso porta al suicidio o a dover lottare con pensieri e tentazioni di morte; inoltre certe ferite rimangono, anzi si possono acutizzare nei passaggi difficili della vita. Quando poi gli abusi avvengono nei contesti ecclesiali o a opera di preti consacrati/e, provocano una ferita più profonda. Non di rado allontanano dalla fede, ostacolano – questo è il vero scandalo – e chiudono il cammino verso l’incontro con Gesù Cristo. Spesso le parole, i gesti e i luoghi del culto rievocano sofferenze indicibili, pure in chi nella fede ha trovato la forza di vivere e lottare, ma anche partecipa alla all’Eucaristia, al cammino di una comunità e collabora alla missione della Chiesa. Non possiamo dimenticare che gli abusi, di potere, di coscienza, spirituali e sessuali – che fanno parte di una sequenza progressiva e dolorosa – creano una frattura dentro la coscienza, la personalità e nelle relazioni. Certo gli abusi sono una brutta e diffusa piaga sociale, che ha proporzioni incredibili, ma dobbiamo avere la lealtà di affrontare questo “buco nero” nella Chiesa per poter annunziare a tutti i poveri e gli oppressi la liberazione del Vangelo e la consolazione che viene dalla misericordia.

Don Enrico Parolari

Le comunità cristiane cosa possono fare per arginare il fenomeno?
Nel Vangelo di Luca (18, 1-8) viene raccontata la parabola del giudice ingiusto e della vedova importuna. È una parabola sulla preghiera che, guarda caso, si intreccia con la giustizia. Come credenti dobbiamo mendicare nella preghiera e nel cercare la giustizia, accanto chi è oppresso e ha subito profonde ferite, soprattutto se è indifeso e non ha risorse. Quando si prega veramente, come singoli e come comunità, non si può rimanere tiepidi e indifferenti verso le sofferenze delle sorelle e dei fratelli, né chiudere gli occhi rispetto alle cause del male. Nelle comunità cristiane e in ogni associazione e istituzione ecclesiale dovrebbe essere promossa con più costanza, capillarità e creatività una mentalità di prevenzione, attraverso gli strumenti e le iniziative promosse, sia dal Servizio nazionale, sia da quello diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. Un noto proverbio africano dice che per crescere un bambino ci vuole un villaggio. Purtroppo questo vale anche in negativo. Nessuno abusa da solo, per compiere gravi abusi ci vuole un villaggio. Quindi la prevenzione può venire solo da una partecipazione solidale e vigile di una comunità, per smantellare pregiudizi, per modificare atteggiamenti e vigilare sui comportamenti. È una questione decisiva e delicata, in fondo l’impegno corale nella prevenzione degli abusi è l’altra faccia della tenerezza. Quando si vogliono custodire le cose più preziose e belle, bisogna da educatori avere anche il discernimento, l’attenzione e la decisione di affrontare le situazioni pericolose e critiche.

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