Nel testo, edito dal Centro Ambrosiano (in allegato), una articolata riflessione sul senso cristiano del tempo si accompagna all’invito a una rinnovata cura della preghiera personale e comunitaria

di Pino NARDI

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«L’Avvento è il periodo dell’anno che suggerisce di riflettere sul tempo, sulla dimensione temporale della vita umana. È una riflessione che contribuisce alla saggezza in molte esperienze culturali, anche se in modi diversi. Il libro del Siracide, che accompagna questo anno pastorale come testo biblico per ispirare percorsi di sapienza, invita a una saggia considerazione del tempo». Inizia così la Lettera per il tempo di Avvento, Il Verbo entra nella storia, che l’Arcivescovo propone alla Diocesi come tappa della proposta pastorale di quest’anno.

Un tempo di attesa, di preparazione verso il Natale, ma anche di sofferenza in particolare nell’anno dell’emergenza sanitaria, con i suoi lutti e costrizioni.

«C’è motivo per riflettere, confrontarsi, conversare e condurre una verifica critica sul nostro modo di considerare e vivere il tempo – scrive monsignor Delpini -. I cristiani guardano bene i giorni, precari e promettenti, opachi e gravidi di speranza, così che si ravvivi lo stupore per quel giorno benedetto che li illumina tutti. Saremo capaci di considerare la storia, i suoi sussulti di sapienza e le sue deludenti insipienze, così che ancora ci sorprenda e ci rallegri il giorno santo di Gesù, luce e riposo per tutti gli altri giorni, capace di offrire pace?».

La preghiera nel tempo

I cristiani pregano sia nella liturgia, sia a livello personale. «Dobbiamo sempre di nuovo imparare a pregare nella liturgia – sottolinea l’Arcivescovo -: l’ascolto della Parola, la comunione che si compie nell’Eucaristia, il contesto comunitario di incontro, canti, parole, insomma tutti gli aspetti della celebrazione richiedono di essere curati».

Purtroppo in questi mesi la pandemia ha influito non poco: «L’osservanza doverosa dei protocolli per evitare i contagi è così complessa che sfigura le celebrazioni e affatica coloro che ne hanno la responsabilità. I celebranti, in particolare i parroci, segnalano il rischio di sentire così doveroso e faticoso l’impegno per far osservare le indicazioni date da non riuscire a concentrarsi sul mistero che celebrano e da cui vengono la consolazione e la salvezza. Sono necessarie la collaborazione e la disponibilità di ognuno per evitare che il tutto si risolva in procedure, invece che essere celebrazione del mistero che salva».

A partire dal 29 novembre saranno introdotte le modifiche in base alla nuova traduzione del Messale romano: esse «meritano di essere oggetto di una specifica istruzione del popolo cristiano… In particolare, recepire la nuova traduzione del Padre Nostro, preghiera di ogni giorno e di ogni ora del giorno, è un esercizio di attenzione e può essere un’occasione per una rinnovata intensità della preghiera».

Per quanto riguarda la preghiera personale, «deve trovare occasioni per una nuova freschezza e fedeltà nel tempo di Avvento… Nelle tribolazioni presenti, nella apprensione per le persone e le cose minacciate dalla situazione che viviamo, abbiamo bisogno di pregare, di pregare molto, di pregare incessantemente: possiamo imparare a vivere pregando se ritmi, forme, tempi per sostare in preghiera segnano le nostre giornate come la Liturgia delle Ore insegna da sempre».

Il tempo che passa

Quando si pensa al tempo che passa, si sottolinea soprattutto la velocità. Eppure è anche «troppo lento quando la vita è noiosa, la solitudine è angosciante e qualche male tormenta troppo a lungo il corpo e l’anima. Il tempo che passa ha come risultato che, come si dice, ogni anno diventiamo più vecchi, ogni bellezza svanisce, ogni casa va in rovina. Questa ovvietà è, però, gravida di motivi per pensare e diventare saggi».

L’Arcivescovo mette in guardia dall’idea che il tempo «sia nemico del bene: tutto quello che è bello, sano, forte è destinato a corrompersi nella malattia, nella debolezza, nella desolazione». Perché «le conseguenze sono disastrose: lo scorrere del tempo induce a pensare che sia sottratto alla libertà e la persona sia piuttosto vittima che artefice delle circostanze. Allora l’amore è come un fuoco, destinato a spegnersi; ogni fedeltà appare un’inerzia più che un intensificarsi della dedizione e della fecondità; l’e­sperienza e la competenza sono patrimoni che perdono rapidamente valore, il progresso le dichiara presto antiquate».

Di fronte a questi pericoli «la pratica cristiana del tempo non ignora lo scorrere inarrestabile, ma insieme professa la fecondità della durata: il tempo è amico del bene».

«In questa visione fiduciosa – continua monsignor Delpini – i cristiani professano e praticano l’amore che dura: il nome cristiano del tempo è fedeltà; il nome cristiano della libertà è la decisione di amare e il compito degli educatori è seminare la rivelazione del senso. Risplende la bellezza della vita come vocazione».

Così il tempo va impiegato bene vivendo le stagioni della vita come un dono: «Nella responsabilità di dare un “nome cristiano” al tempo che passa, ogni età della vita si rivela tempo di grazia. Invito pertanto tutti a riconoscere e a rendere feconde le possibilità offerte dalla giovinezza, come tempo di scelta in risposta alla vocazione; dall’età adulta, come tempo di responsabilità nella fedeltà dei rapporti, nella fecondità che sa generare, in molti modi diversi, figli, dedizione al servizio, qualificazione professionale, impegno sociale; infine dalla terza età, la vecchiaia, come tempo di testimonianza, di sapienza, di vigilanza in attesa del ritorno del Signore».

Il tempo come occasione

Il tempo si può definire come occasione, scrive l’Arcivescovo riprendendo la proposta pastorale dello scorso anno. «Durante la terribile prova dell’epidemia ho sentito spesso non solo ripetere, ma testimoniare e praticare questa audacia di vivere condizionamenti impensati come occasioni propizie per valori in altri tempi troppo dimenticati, per una conoscenza più approfondita di se stessi e delle persone vicine».

Sta alla coscienza di ciascuno rispondere a questa sollecitazione in positivo o in negativo. «Ma in ogni situazione c’è la possibilità di scegliere il bene, di decidersi ad amare, di mettere mano all’impresa di migliorare le cose e contribuire ad aggiustare il mondo. A me sembra importante riprendere queste persuasioni per reagire alla tentazione della rassegnazione, per esercitare le proprie responsabilità con il senso del limite, ma evitando l’alibi dell’impotenza».

Il ritmo del tempo

Nelle frenetiche Milano e Lombardia pensare al tempo come ritmo può mettere in discussione modelli di vita consolidati: «Il ritmo di una giornata, di una settimana, di un periodo dell’anno è, ovviamente, determinato da molte cose: l’orario di lavoro o di scuola, gli appuntamenti della vita della famiglia, della comunità cristiana, delle attività sociali, sportive, eccetera. Ma la cura per la vita “spirituale” e per lo sviluppo armonico della persona si deve tradurre nella scelta di inserire nella successione “obbligatoria” degli impegni quotidiani, delle cose da fare, i momenti per la preghiera, per la cura delle relazioni familiari, per la pratica della carità. Senza un ritmo anche i buoni propositi diventano velleitari, l’apprezzamento per i valori si traduce in scatti di generosità e in emozioni intense, destinati a consumare molte energie, ma a produrre pochi frutti».

Perciò monsignor Delpini invita a mettere un ordine nell’esistenza formulando una regola di vita.

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