In quest'angolo incantevole della campagna lodigiana sorgeva un tempo un grande centro monastico. Oggi non ne rimane che la chiesa e infinite suggestioni, "svelate" dall'attuale parroco, don Vittorio, un curato di campagna "d'altri tempi".


Redazione

In quest’angolo incantevole
della campagna lodigiana
sorgeva un tempo
un grande centro monastico.
Oggi non ne rimane che la chiesa
e infinite suggestioni,
"svelate" dall’attuale parroco
don Vittorio, un curato
di campagna "d’altri tempi".

Testo e foto di Luca Frigerio

I curati di campagna esistono ancora, per fortuna. La prima volta che ho sentito parlare del parroco di Abbadia Cerreto è stato un paio di anni fa, casualmente. Un giornale locale riportava la notizia del suo rifiuto a concedere gli ambienti dell’abbazia lodigiana a due noti comici, che proprio lì volevano girare un nuovo serial televisivo. Ammetto che provai allora un certo conforto nel sapere che c’era ancora qualcuno che riusciva a dire di no – un no motivato, ovviamente – anche di fronte alle telecamere e alla prospettiva di una facile notorietà.

Un incontro con quel parroco lo ebbi soltanto alcuni mesi fa, piuttosto inaspettatamente, ancora una volta. Non avevo annunciato il mio arrivo, né del resto avevo programmato una visita ad Abbadia Cerreto. Don Vittorio, questo il suo nome, lo incrociai sul sagrato erboso della chiesa, in un bizzoso pomeriggio d’autunno. «È la provvidenza che la manda!», mi disse ridendo una volta che mi fui presentato quale giornalista. Bisogna ammettere che una simile accoglienza non capita tutti i giorni… Ma non ebbi tempo di montare troppo in superbia. Compresi abbastanza rapidamente, infatti, la sottile arguzia di questo sacerdote lodigiano, e il suo modo disincantato e saggio di misurare le situazioni e le persone.

Fu un incontro breve, poche battute appena, scambiate dentro e fuori lo splendido tempio, via via sempre più infuocato dall’ultimo sole. Don Vittorio tuttavia mi volle lasciare una serie di opuscoli da lui curati. Non per orgoglio di scrittore, credo, ma per il desiderio sincero di farmi conoscere un po’ di più quel piccolo mondo di cui è pastore da trentacinque anni. Trentacinque anni sono tanti, una mezza vita.

A quel piccolo mondo, Abbadia Cerreto, si arriva per una stretta strada che attraversa distese di campi, bordata di rogge e canali. È la campagna solitaria e silente vagheggiata nei fine settimana da cittadini intasati da smog, stress e rumori. A don Vittorio lo dicono spesso, i “milanesi” che si spingono fin sotto le mura dell’abbazia, magari solo per un digestivo passeggiare dopo l’abbuffata in una delle numerose trattorie della zona: «Ma qui è un’oasi di tranquillità!». Il sacerdote sorride, benedice e manda in pace. Contento in cuor suo d’aver potuto offrire un’occasione di meraviglia inattesa. Felice se qualcuno vorrà tornare, prima o poi, anche solo per una preghiera.

I monaci a Cerreto si insediarono poco dopo il Mille, chiamati da una nobile famiglia, quella dei Conti di Cassino, che aveva dovuto abbandonare la città di Lodi e che qui si era creata il suo piccolo feudo. Quanto poi pesassero le ragioni di opportunità politica rispetto a quelle spirituali, non sta a noi giudicare. Di fatto i benedettini diedero vita, in pochi anni, a una realtà significativa sotto il profilo religioso, fiorente da un punto di vista economico. La buona terra lodigiana dava i suoi frutti. Anche evangelicamente parlando.

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