Di origine palestinese, ma nata in Iraq, questa famiglia vive ora presso una parrocchia di Cinisello, dopo tappe in Siria, Turchia, Svezia, Danimarca e vari periodi di soggiorno in Italia, dove sono stati accolti anche a Casa Suraya. All’Epifania sono ospiti a pranzo dall’Arcivescovo: «Un piacere e un onore passare del tempo con lui»

di Francesca LOZITO

profughi

Una storia incredibile, una vera e propria odissea umana. Fatta di ostacoli, difficoltà, cadute. Per poi ricominciare finalmente, lì dove era la loro destinazione originaria. È in Italia da otto mesi la famiglia Hamdawi, composta da nove persone, che il 6 gennaio saranno ricevute a pranzo dall’Arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, per festeggiare l’Epifania. Sono musulmani palestinesi, ma nati in Iraq: come tanti tra coloro che provengono da quelle terre, nel 1948 il loro nonno lasciò il suo paese fuggendo dalla guerra.

A raccontare il lungo peregrinare che, dopo fughe e ritorni, li ha fatti approdare a Milano, è Khaled, il figlio maggiore: «Nel 2008 eravamo a Baghdad, dove mio padre era titolare di un grande garage. Più volte minacciato, ha deciso di andare via dopo che tutte le persone che lavoravano nel garage sono state uccise per ritorsione. La confusione che c’era nel Paese ci ha indotto a fuggire. Da Baghdad siamo andati a Erbil, dove viveva il nonno e dove siamo rimasti per circa quattro mesi».

Gli Hamdawi comprendono però che, a causa della loro origine, rimanere in Iraq è diventato difficile. Usciti dal Paese (una decisione inevitabile), approdano in un primo momento in Siria. «Non potevamo tornare in Palestina – ammette Khaled –  e nemmeno restare in Iraq, altrimenti ci avrebbero uccisi». Anche in Siria, però, la permanenza non è possibile: la peregrinazione di questa famiglia prosegue allora in Turchia. Qui la vita è ancora più difficile: subiscono furti, finiscono a vivere in una tenda, in otto, per due anni, sfidando freddo e pericoli: «Nel campo eravamo in duemila. Abbiamo avuto contatti con un’organizzazione italiana che si occupa di persone apolidi come noi».

Ecco dunque il primo dei numerosi approdi in Italia. Nel 2010 la famiglia è a Riace Superiore, in Calabria. Ottengono una casa per un certo periodo, ma poi ecco la richiesta di lasciare il nostro Paese. «Non parlavamo l’italiano, avevamo difficoltà, quando siamo usciti dall’Italia non sapevamo dove andare – ricorda Khaled -. Per due settimane abbiamo dormito in stazione a Roma, poi siamo partiti per la Svezia, dove abbiamo chiesto l’asilo politico come rifugiati. Lì siamo rimasti quasi un anno e poi, quando è nata la mia ultima sorella, siamo tornati in Italia, ancora in Calabria, vicino a Palmi. Siamo stati lì per un altro anno, finché non abbiamo avuto i documenti anche per la più piccola».

La famiglia è allora partita per la Danimarca, dove è rimasta due anni e mezzo. E poi di nuovo in Italia: «All’aeroporto della Malpensa per tre notti abbiamo dormito in strada. Poi ci hanno mandato alla Stazione Centrale di Milano e ci hanno detto che lì c’era un progetto per l’accoglienza dei migranti…». Ecco l’incontro con Casa Suraya: «Ci siamo rimasti otto mesi, poi siamo andati a Cinisello Balsamo, presso una casa della parrocchia – riprende il giovane -. Siamo lì da tre settimane e possiamo rimanere per un anno e mezzo».

Il desiderio ora è quello di costruirsi un futuro: «I miei fratelli hanno cominciato ad andare a scuola, io e mio padre cerchiamo un lavoro. Vogliamo inserirci, voglio anche riprendere a studiare, farmi una vita…». Per quello che è accaduto nell’ultimo anno in Italia la gratitudine è immensa. Il bene ricevuto si tramuta in bene donato: «Mio padre dice sempre che a Casa Suraya abbiamo una famiglia: ci siamo trovati molto bene. Milano è molto grande, a Cinisello Balsamo abbiamo conosciuto tutte le persone che vivono nel contesto della parrocchia, ci troviamo bene con loro. A volte vado a fare anche il volontariato alla Caritas, vado a dare una mano alla Stazione Centrale…».

Il cardinale Scola li ha invitati a pranzo: come attendono questo momento? Risponde il papà attraverso la traduzione del figlio: «È un onore e un piacere andare a casa dell’Arcivescovo. Ci andremo tutti e nove. Che cosa gli diremo? Ci basta trascorrere del tempo con lui…».

E alla fine dell’odissea il riposo è negli occhi degli operatori che hanno incontrato e in quelli degli altri fratelli costretti a migrare: «Diciamo grazie a Dio per avere conosciuto persone che hanno così tanta umanità dentro di loro. Quello che abbiamo trovato a Milano non l’abbiamo trovato in nessun altro posto in cui siamo stati in Italia. La gente buona e brava non ha mai fine».

 

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