Quest’anno le due Pasque - ebraica e cristiana - coincidono con la cronologia del Vangelo di Giovanni. Oggi presso i resti di miqweh (bagni rituali), magazzini, porto e sinagoga, lungo un viale e sopra un’antica torre smozzata sventolano otto bandiere, segnali dell’importante sito archeologico riscoperto in parte tra il 1971 e il 1976 per iniziativa della Custodia di Terra Santa

di Pierfrancesco FUMAGALLI
Dottore Biblioteca Ambrosiana

magadala resti storici

Qiu, qiu, qiu… risuona alto sulla spiaggia il canto degli uccelli tesi a volo nel vento odoroso di primavera che dall’Arbela spira sul lago di Kinnereth, brillante liquida cetra della Galilea; acque invernali e rigogliosi canneti invadono il litorale – non lontano dalla colonia ebraica di Migdal – dove 1950 anni fa Vespasiano fece scempio dei ribelli giudei rifugiatisi nella prosperosa Taricheia, fiorente stabilimento di salatura del pesce: «Nessuno scampò», riferisce F. Giuseppe (Guerra giudaica, III, 529).

Oggi presso i resti di miqweh (bagni rituali), magazzini, porto e sinagoga, lungo un viale e sopra un’antica torre smozzata sventolano otto bandiere, segnali dell’importante sito archeologico riscoperto in parte tra il 1971 e il 1976 per iniziativa della Custodia di Terra Santa dal francescano Vincenzo Corbo, in parte per iniziativa dei Legionari di Cristo, a partire dal 2009 – già visitabile benché tuttora in corso di scavo -, grazie ai lavori condotti sotto la direzione di Dina Avshalom-Gorni e Arfan Najar dell’Israel Antiquities Authority, cui sono affiancate l’Università di Anáhuac México Sur e l’Universidad Nacional de México. Qui p. Juan Solana LC ebbe la sorte di dissotterrare la Pietra di Magdala, straordinario simbolo del Tempio di Gerusalemme, recante in bassorilievo una Menorà, palme, fior di loto e arredi del Tempio.

Da Migdal di Galilea era salita a Gerusalemme, quarant’anni prima della guerra giudaica, una donna maddalena un tempo infelice, liberata poi dei suoi sette demoni da un rabbino taumaturgo di Nazareth, Yoshua bar Yosef, finito in croce sotto Ponzio Pilato. A lei dopo tre giorni, la mattina di Pesah, il crocifisso era apparso nel giardino, risorto da morte chiamandola per nome: Maria! (Giovanni 20, 16). Trepidante di gioia e timore, Maria era corsa dai pescatori di Galilea, primi discepoli del maestro, ormai falliti e rassegnati a tornare alle loro barche a Cafarnao e Migdal. Una di queste barche, vecchia di duemila anni, è ora esposta al museo del kibbutz di Ginnosar poco distante. Mentre l’Evangelo del Risorto correva fuori di Palestina, anche la Migdal distrutta dai romani era risorta a nuovo centro ittico in epoca talmudica con il nome di Migdal Nunaya o “Torre del Pesce” (Talmud Babilonese, Pesahim 46a), e aveva dato in natali ai maestri del Talmud Yitzhaq e Yodan, mentre altri centri di studio, spiritualità e mistica fiorivano sulle montagne di Galilea, a Seffori dove risiedette Yehudah ha-Nasi, a Tzfat (Saffed), oggi nuovamente luoghi di preghiera e meditazione, raggiungibili a piedi lungo sentieri montani.

Passato oltre un millennio, alcuni cattolici tedeschi – forse sperando di ritrovare i resti dell’antica città – si stabilirono nel 1906 sulle alture non lontane dalla spiaggia, dove confluisce la Valle dei Piccioni o Wadi Hammam, da cui si raggiungono i Corni di Hattin passando sotto antichissime grotte fortificate. Presto messi in fuga dalla malaria, cedettero il posto a dodici tenaci pionieri ebrei russi guidati da Mosé Glikin nel 1908, e altri ne seguirono tra i quali Joseph Trumpeldor nel 1913 transfuga dalla Cina. I piani di sviluppo dell’insediamento furono vanificati, prima dal rovesciamento della fortuna a causa della rivoluzione russa, poi dalla crisi di Wall Street del 1929, che fece fallire l’ambizioso programma di giardini, scuole, ospedali, alberghi, sinagoghe, già avviato da Glikin e solo in minima parte realizzato.

Come narra Yoav Regev in Migdal. A settlement by the lake of Galilee (Achiasaf, 2006), e come ben spiega nel locale Museo la giovanile matriarca Rivka, nata Ben Zion a Gerusalemme e sposata a Hurwitz di Migdal, tra successive ondate di aliyyà (immigrazione ebraica) e tensioni con arabi residenti, Migdal rimase un modesto insediamento agricolo di periferia, i cui circa 2 mila abitanti coltivano – nel clima tropicale a 200 metri sotto il livello del mare – olive, mango e avocado; poco distante, all’imboccatura della vallata, convivono attualmente senza problemi altrettanti arabi musulmani che si stringono attorno alla moschea del villaggio, dediti all’allevamento e ai servizi nelle infrastrutture pubbliche o private. Si segnala anche una discreta presenza cristiana.

All’entrata della vasta area archeologica aperta al pubblico il custode Abu Firas del villaggio di Wadi Hammam – che alterna la cura delle mandrie al pascolo con il servizio nel parco – ha oggi lasciato il posto al più giovane Abu Amir Waseem, padre di Amir, Nevin, Usin e John; ogni giorno Waseem giunge al lavoro dal più grande villaggio di Maghar situato a 15 chilometri di distanza, dove vivono circa 10 mila drusi, 8 mila cristiani e 7 mila musulmani. Sono al lavoro nel parco una quindicina di giovani di varie nazionalità, partecipanti del progetto che ha coinvolto 800 volontari come preziosi collaboratori dei lavori di scavo archeologico: Karima da Veracruz, Maria Fernanda da Monterey, Jacques da Wahl, David da Murcia, e molti altri che si alternano anche per il servizio di accoglienza e guida al sito archeologico dell’antica Magdala.

Oggi sono venuti alcuni autobus con turisti americani e tedeschi, ma anche famiglie di visitatori israeliani o piccoli gruppi di amici in gita, che spesso dopo la visita archeologica entrano incuriositi nella sorprendente e fascinosa architettura denominata Duc in altum, dove trovano suggestioni spirituali perfettamente inserite nello spettacolo del lago e del profilo dei monti di Giordania che si staglia sullo sfondo del panorama. David, uno dei volontari, un po’ saltimbanco un po’ giardiniere e flautista, passa in rapida rassegna gli asinelli e le capre dello “zoo” biblico, che dietro a lui lasciano il pascolo per curiosare anch’essi intorno agli scavi; il vento, fattosi improvvisamente violento, ha radunato le nubi sul lago, e il giovane cane Godo (Goffredo) convalescente da un’occlusione intestinale non può far festa ai visitatori come è sua simpatica abitudine. Sono le 13.30 secondo l’orario legale in vigore in Israele, e mentre i volontari si radunano per la celebrazione della S. Messa, l’autista del bus del gruppo Bridges for Peace stende il suo tappetino di preghiera ai piedi della porta dell’autobus. Mancano solo quattro giorni a Pasqua, e quest’anno le due Pasque – ebraica e cristiana – coincidono con la cronologia del Vangelo di Giovanni. A Magdala di Galilea sembra di gustare il profumo della libertà e della pace nel principio della fioritura.

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