Redazione

Cinque anni di passato alle spalle
e un grande futuro che lo attende come luogo
di fede e di umanità, di gioia e arricchimento spirituale
con la “bellezza che salva”.
O, meglio, un domani che tutti i milanesi
– ma anche i tanti che ormai che conoscono e amano
il Museo Diocesano pur non essendo ambrosiani – aspettano.
Potrebbe essere questa la “fotografia”,
appunto del “Diocesano”, oggi, nel 2006, a cinque anni
dalla sua inaugurazione, così come spiega Paolo Biscottini,
che del Museo è direttore fin dalla nascita
della prestigiosa istituzione,
sita negli splendidi chiostri di sant’Eustorgio.

di Annamaria Braccini

«Direi che la crescita più significativa della nostra struttura – spiega, infatti – sia quella riguardante il definirsi della sua identità. In questi anni abbiamo voluto lavorare per delineare un profilo preciso, un “carattere” che, come accade per ogni museo, non si può porre, per così dire, a priori, ma che si sviluppa nel lavoro svolto, nell’esperienza maturata, nel rapporto con i visitatori e, soprattutto, nelle iniziative che vengono promosse. Un’identità diocesana che, attualmente, ha assunto il rilievo che, forse, prima era più teorico che concreto e realmente in atto».

«Inoltre, sempre nell’orizzonte di una tale specificità – continua Biscottini -, mi pare importante sottolineare l’incremento della relazione creatasi con la “città” , intesa nel suo complesso, con la consapevolezza di avere la possibilità e la responsabilità di “comunicare” al grande pubblico il valore intrinseco dell’opera d’arte»

Non a caso, il cardinale Carlo Maria Martini, nel suo augurio per il giorno dell’inaugurazione, parlò di un Museo capace di «aiutare tutti gli ambrosiani e i lombardi, specialmente i giovani, a ricuperare la memoria del passato da cui veniamo». Il “Diocesano” ha nel suo DNA questa didattica?
Sicuramente esiste un’“anima” didattica del Museo, che abbiamo voluto da subito e per la quale continuiamo a impegnarci. Le opere esposte non sono, certamente, un patrimonio di pochi, ma una ricchezza di arte, fede e cultura rivolta al maggior numero di persone possibile. Senza dubbio, la didattica deve misurarsi con i soggetti ai quali è diretta perché – contrariamente a quanto si crede spesso – essa non è destinata solo ai bambini o alle scuole – che comunque sono molto presenti alla nostra attenzione -, ma è, invece, un atteggiamento mentale che riguarda l’intera comunità.

Accanto a questa “scelta di formazione permanente”, quali sono le sfide dell’immediato futuro?
Appunto perché il Museo è ormai pienamente avviato su un cammino di rapporto con la gente e di conservazione e valorizzazione dei beni – spiega ancora il direttore -, intendiamo aprirci ulteriormente in due direzioni: una relativa all’approccio pensato e meditato con la contemporaneità, non soltanto perché la nostra istituzione “guarda” all’oggi, ma anche in quanto si fa attenta alla produzione artistica del presente. In questo senso, proprio nella ricorrenza del quinto anniversario dell’inaugurazione, dal 6 novembre, il “Diocesano” vuole presentare la magnifica Pietà di Vincent Van Gogh, dipinta nel 1889. Iniziamo, dunque, con ciò che è alle soglie dell’epoca presente – con la modernità – per affrontare, poi, le sfide dei giorni nostri. Così pure, abbiamo sentito anche la necessità di ampliare gli spazi del Museo e, d’altra parte, rimane in progress il compito di realizzare il quarto lato della struttura espositiva. Vogliamo immaginare questa sezione non come un lato che “chiude” la circolarità del percorso di una sorta di fortezza, ma come uno spazio aperto sulla città, concretamente sulla “piazza”.

Un bilancio ampiamente positivo, dunque?
Sì, anche se vorrei esprimere un auspicio e una speranza: che si possa meglio collaborare con le altre istituzioni culturali cittadine, che paiono oggi chiuse in se stesse. Ritengo che un lavoro realmente sinergico porterebbe a grandi vantaggi condivisi. Mi auguro che venga il momento nel quale si possa progettare insieme la cultura e per la cultura.

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