La Messa con l'Arcivescovo durante la festa patronale, quest’anno sul tema “Che cosa è l’uomo”. L’importante presenza in città dell’Istituto Sacra Famiglia. Parla il parroco don Luigi Caldera

di Cristina CONTI

Don Luigi Caldera

Quali sono i problemi del territorio di Cesano Boscone, dove l’Arcivescovo si è recato oggi in visita? L’abbiamo chiesto al parroco don Luigi Caldera.

Cesano Boscone: chi sono i suoi abitanti?
Qui vivono 24 mila persone, ma le parrocchie ne contano 30 mila perché comprendono anche un quartiere di Corsico. Non ci sono grossi insediamenti industriali. La più grande realtà lavorativa è l’Istituto Sacra Famiglia, nato nel 1896 per ospitare persone che hanno disabilità fisiche e mentali e che adesso conta 800 ospiti. Negli anni ’60 c’è stata moltissima immigrazione dal Veneto e dall’Italia meridionale (soprattutto Puglia, Campania e Sicilia). Oggi ci sono anche gli stranieri. Secondo la stima delle Acli e dei sindacati, siamo intorno al 5 per cento: uomini e donne molto integrati nella comunità, in particolar modo nella parrocchia centrale, e provengono da Sud America, Romania e anche da India e Sri Lanka, sempre di religione cattolica. Tutti gli anni, durante la festa patronale, facciamo un gemellaggio con i diversi Paesi di provenienza degli immigrati, per conoscere meglio le loro origini.

Quali sono invece gli obiettivi pastorali?
L’intenzione è quella di diventare una Comunità pastorale. Dovremmo riuscirci tra ottobre e novembre. Da anni infatti abbiamo iniziato a organizzare l’oratorio feriale delle tre parrocchie in fasce di età, la pastorale giovanile si fa insieme e da due anni abbiamo istituito anche un unico Consiglio pastorale. Ce la stiamo mettendo tutta.

Quali le difficoltà del territorio?
La maggiore è sicuramente il lavoro. Molti l’hanno perso, altri sono in cassa integrazione e tantissimi professionisti lavorano nella precarietà. Tutto ciò crea un fortissimo disagio e mette a dura prova le famiglie. C’è chi fa fatica a stare insieme, chi ha divorziato, qualcuno ha deciso di risposarsi altri convivono, senza sentire la necessità di sposarsi. In questo momento è molto importante stare vicino a tutti: è solo nelle relazioni con gli altri che si può uscire dalla crisi, la solitudine non porta a nulla.

Missionarietà e apertura al mondo. Come cercate di affrontare queste sfide?
All’interno della festa patronale invitiamo sempre qualcuno: quest’anno i carcerati, l’anno scorso i terremotati. Abbiamo anche un bellissimo gruppo di coppie sposate, che si ritrovano periodicamente e si rendono utili nei vari servizi. È una delle esperienze più belle che mi sono capitate qui da quando sono arrivato cinque anni fa: persone disponibili, che si mettono al servizio della comunità nel nome del Signore. Stiamo cercando inoltre di realizzare un cammino di iniziazione cristiana, che accompagni i bambini e i loro genitori dal Battesimo alla prima elementare.

Come mai avete scelto il tema "Che cosa è l’uomo" per la vostra festa?
È un tema ricco di spunti per l’epoca in cui stiamo vivendo. L’uomo è relazione, cioè incontro con l’altro, apertura all’altro. Solo con gli altri si può far fronte anche ai periodi più difficili. In ogni momento infatti ogni persona fa esperienza del limite, della fatica fisica ed esistenziale. La presenza della Sacra Famiglia in mezzo a noi è un richiamo continuo al fatto che i criteri per giudicare l’importanza di una persona e la sua dignità non sono solo quelli della perfezione fisica o del successo economico. L’uomo è desiderio di Dio, ricerca di Dio. La persona è prima di tutto gratuità. Ognuno di noi è chiamato alla solidarietà, a farsi carico l’uno dell’altro, a sopportarsi: nel senso bello della parola, portare i pesi l’uno dell’altro. Questa dimensione è vissuta in modo significativo prima di tutto nella famiglia e in tutte le realtà che riguardano la carità e il servizio.

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