Le parole di Giovanni XXIII e quelle di Benedetto XVI, che per fare memoria dell’evento ha indetto l’Anno della Fede

di Fabio ZAVATTARO

Concilio Vaticano II

Gaudet mater ecclesia. È l’11 ottobre 1962 quando Giovanni XXIII pronuncia queste parole nella basilica vaticana di San Pietro. Discorso di apertura del Concilio ecumenico Vaticano II. Sono passati 50 anni dall’assise conciliare e il 2012 guarda a questo anniversario e all’Anno della Fede che Papa Benedetto ha voluto indire proprio per fare memoria dell’evento che ha segnato un profondo cambiamento nella vita della Chiesa.

Cinquanta anni sono poca cosa: «I percorsi spirituali come quello dell’assimilazione del Concilio sono cammini della vita che hanno bisogno di una certa durata e che non possono essere percorsi da un giorno all’altro», ha affermato Benedetto XVI. Inoltre bisogna guardare al Concilio e ai documenti espressi dai Padri, riuniti nelle quattro sessioni e nelle tre intersessioni dal 1962 al 1965, non come un qualcosa da tenere nella libreria, ma come materia di continua riflessione e di aiuto anche nei tempi che stiamo vivendo.

L’anno che si è appena concluso è stato davvero difficile sotto molti punti di vista. Da quello economico in primo luogo; ma non sono mancate anche complessità politiche, e in alcuni Paesi arabi le piazze hanno determinato la fine di regimi e dittature. Per i cristiani è stato un 2011 drammatico, segnato da sofferenze, discriminazioni, ferite. Papa Benedetto più volte ha parlato contro le violenze perpetrate nei confronti dei cristiani in diversi Paesi dell’Asia e dell’Africa, non ultimi gli attentati compiuti contro chiese e fedeli in Nigeria, nella regione a maggioranza musulmana.

Ecco che il Concilio ci viene in aiuto con le parole del documento sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, approvato da 2.308 tra cardinali, arcivescovi e vescovi, il 7 dicembre 1965. Già nel titolo del capitolo introduttivo leggiamo un’affermazione che chiarisce subito l’intento propositivo del Concilio: «Il diritto della persona e delle comunità alla libertà sociale e civile in materia religiosa». Nel testo si legge: «La libertà religiosa comporta che le comunità religiose non siano proibite di manifestare liberamente la virtù singolare della propria dottrina nell’ordinare la società e nel vivificare ogni umana attività».

L’attualità della preoccupazione dei Padri partecipanti al Concilio è sotto i nostri occhi, e più volte i Papi hanno ribadito l’inviolabilità di questo diritto dell’uomo e dei popoli. Durante il primo viaggio nella sua patria, Giovanni Paolo II – nell’omelia pronunciata a Varsavia, il 2 giugno 1979, nella piazza della Vittoria, il luogo delle grandi celebrazioni del regime – disse che «non si può escludere Cristo dalla storia dell’uomo in qualsiasi parte del globo, e su qualsiasi longitudine e latitudine geografica. L’esclusione di Cristo dalla storia dell’uomo è un atto contro l’uomo».

Parlando al Corpo diplomatico, lunedì 9 gennaio, Papa Benedetto è tornato sulle violenze che si susseguono in Siria, nella Terra Santa, in Medio Oriente; ma non ha nemmeno taciuto le sofferenze che in varie parti del mondo i cristiani vivono a motivo della loro fede. Ecco così tornare il tema della libertà religiosa che, ha affermato il Papa, «è caratterizzata da una dimensione individuale, come pure da una dimensione collettiva e da una dimensione istituzionale. Si tratta del primo dei diritti umani, perché essa esprime la realtà più fondamentale della persona». Troppo spesso questo diritto è ancora «limitato o schernito». Ricorda innanzitutto il ministro pachistano Shahbaz Bhatti, «la cui infaticabile lotta per i diritti delle minoranze si è conclusa con una morte tragica».

Ma non è un caso isolato. «In non pochi Paesi i cristiani – sono sempre le parole del Papa – sono privati dei diritti fondamentali e messi ai margini della vita pubblica; in altri subiscono attacchi violenti contro le loro chiese e le loro abitazioni. Talvolta, sono costretti ad abbandonare Paesi che essi hanno contribuito a edificare, a causa delle continue tensioni e di politiche che non di rado li relegano a spettatori secondari della vita nazionale. In altre parti del mondo, si riscontrano politiche volte a emarginare il ruolo della religione nella vita sociale, come se essa fosse causa di intolleranza, piuttosto che contributo apprezzabile nell’educazione al rispetto della dignità umana, alla giustizia e alla pace». Proprio nel suo recente viaggio in Benin, il Papa aveva evidenziato come «essenziale» la collaborazione fra comunità cristiane e governi per aiutare «a percorrere un cammino di giustizia, di pace e di riconciliazione, in cui i membri di tutte le etnie e di tutte le religioni siano rispettati».

Così ai 115 ambasciatori e rappresentanti diplomatici presenti nella Sala Regia del Palazzo Apostolico, Benedetto XVI ha ribadito che il terrorismo motivato religiosamente «ha mietuto anche l’anno scorso numerose vittime, soprattutto in Asia e in Africa, ed è per questo, come ho ricordato ad Assisi, che i leaders religiosi debbono ripetere con forza e fermezza che questa non è la vera natura della religione. È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione. La religione non può essere usata come pretesto per accantonare le regole della giustizia e del diritto». Quanta sintonia con quanto si legge nella Dignitatis humanae: «Si fa ingiuria alla persona umana e allo stesso ordine stabilito da Dio agli esseri umani, se si nega a essi il libero esercizio della religione nella società, una volta rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia».

E tornano le parole che il Papa ha pronunciato nel suo viaggio in Germania quando ha ricordato, nel discorso al Parlamento Federale, il Bundestag, che la visione cristiana dell’uomo è stata la forza ispiratrice dei padri fondatori dell’Europa unita: «Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza».

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