Redazione

Fu profondo e vissuto il rapporto di Giovanni Battista Montini, arcivescovo ambrosiano e poi pontefice, con il patrimonio ecclesiale ambrosiano. Un legame che, arricchitosi nel corso della vita, costituisce un punto fermo nell’itinerario spirituale del successore di Ambrogio. Lo ribadisce, nel corso di un ampio intervento tenuto al convegno liturgico, il professor Cesare Alzati, docente all’Università Cattolica di Milano di Storia della Chiesa e di Storia medievale.

di Andrea Giacometti

Agli occhi di Montini, ricorda lo storico, èuno straordinario patrimonio di fede e di cultura, quello della Chiesa milanese, che lui si sente in dovere di conservare e trasmettere. «Sentite, figli miei, la voce di queste pietre – afferma Montini, ricorrendo a suggestive espressioni plastiche, davanti ai parrocchiani di Sant’Ambrogio nel 1956 -. Sono diversi secoli di spiritualità, di preghiera, di tensione verso Cristo e verso Dio che dicono queste pietre. Perchè sono passati da qui santi monaci, sacerdoti. Sono passati arcivescovi, autorità».

Fin dal periodo di formazione romana, Montini fu affascinato dalla sensibilità liturgica ambrosiana. Ma è in seguito alla sua ordinazione episcopale milanese che si identificò pienamente con essa. Un atteggiamento che accomuna, secondo Alzati, Montini a San Carlo Borromeo.

Ma l’adesione convinta non fu mai disgiunta, in Montini, da un’acuta consapevolezza che non ci si poteva fermare alla statica assunzione di una tradizione, tanto più nel contesto di una realtà sociale e culturale in profonda trasformazione. “Conservare il patrimonio ricevuto, ufficio già difficile – scrive al suo ingresso a Milano nel ’55 -, non basta: occorre rinnovare (…) in noi stessi, nelle nostre opere, nelle nostre istituzioni, nella nostra cultura, nella nostra vita in una parola”.

Il Concilio Vaticano II costituisce un passaggio forte e decisivo sul fronte del rinnovamento del patrimonio liturgico della Chiesa. In una delle lettere da Roma indirizzate all’archidiocesi, emerge la coscienza di Montini che la liturgia ambrosiana non è più soltanto “la stupenda tradizione religiosa che risale ad Ambrogio ed a prima di lui”, ma la voce di una Chiesa e la sua identità.

Montini resta fedele al grande patrimonio liturgico ambrosiano anche quando sale sulla cattedra di Pietro. Di fronte alla richiesta, di parte del clero, di abbandonare il rito ambrosiano, Paolo VI fuga ogni perplessità. «Rinnovamento, non livellamento – risponde al cardinale Colombo in un’udienza pontificia del 1970 -. Il rito ambrosiano può e deve continuare. Si segua questa norma: adeguarsi senza uniformarsi. L’uniformismo sarebbe un impoverire la Chiesa, contrario sia alla lettera sia allo spirito del Concilio».

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