Redazione

Il fondatore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, rilegge il significato originario dell’Eucaristia, momento che congiunge Passione del Signore e Regno futuro. Le comunità cristiane, abitate dalla speranza, possono trasmetterla al mondo, senza atteggiamenti “militanti”. Mettendosi a servizio della Chiesa e della storia.

di Andrea Giacometti

Non esita a fare uso di espressioni impegnative, monsignor Luca Brandolini, presidente del Centro di Azione Liturgica, quando deve ringraziare Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, intervenuto alla Settimana Liturgica di Varese. «Un profeta, un testimone, capace di ridarci speranza». Un’accoglienza davvero calorosa, quella riservata al monaco piemontese, ascoltato anche da un gruppo di esterni («fans», li definisce amabilmente monsignor Di Stefano).

In un silenzio carico di attese, in un Teatro Apollonio affollato fino alle ultime poltrone in alto, tutti seguono le dense parole del monaco, sessanta minuti ricchi di riferimenti ai Padri, colpi d’ala ispirati a un’esegesi profonda e rigorosa, all’appassionata ricerca delle radici della fede.

Spiazza la platea, Bianchi, più di una volta. «Siamo cristiani, ma crediamo davvero all’amore?», domanda con semplicità disarmante, senza esitazioni. E il suo ragionamento non è mai scontato: non manca di attaccare abitudini inveterate, «diffuse nelle nostre comunità diventate fragili ». «Ma se l’Eucaristia viene celebrata con serietà e consapevolezza – aggiunge -, èfonte di grande speranza».

Enzo Bianchi guarda all’Eucaristia nella sua ricchezza originaria, cercando di riscoprirne il cuore escatologico, aperto al futuro e alla speranza. Compito urgente in un orizzonte drammaticamente privo del senso del futuro, come ricorda Bianchi, o sovrastato da un concetto di futuro «incerto e minaccioso». Non c’è più tempo per sperare, insomma. Soprattutto, non c’è più ragione per «volgere uno sguardo al futuro senza angoscia».

«E’ la fede la speranza del cristiano – annuncia il fondatore di Bose -, Cristo è la nostra speranza». Un Cristo, però, non solo crocifisso, ma «resuscitato, vivente per sempre», anzi «il Vivente». Se così non fosse, «adoreremmo un morto».

Lo stesso sguardo aperto al futuro deve essere rivolto al sacramento dell’Eucaristia. «Già nelle prime comunità cristiane – prosegue il priore di Bose – è un sacramento celebrato in prospettiva escatologica: ricorda la Pasqua, ma già prefigura il Regno». Evoca «il Veniente, l’abbraccio definitivo dello Sposo». Contiene in sè «la “parusìa”, la venuta finale».

Un ponte sottile e saldo, l’Eucaristia, «tra il “già” e il “non ancora”», assolutamente irrinunciabile e prezioso. «Se fosse priva di questo rimando al futuro, l’Eucaristia non potrebbe dare speranza». Analogamente, Bianchi affronta la preghiera del Padre Nostro. «Nei primi cristiani, l’invocazione era rivolta non al pane quotidiano, ma al pane servito al banchetto del Regno».

Una riflessione, quella del monaco, che però non si esaurisce nel cielo dell’esegesi, ma è capace di produrre ricadute forti, radicali su questa terra. Sia pure rimandando a un futuro oltre la storia, qui ed ora «l’Eucaristia è un atto profetico, è un gesto che indica convergenza, volontà di comunione, dato che avviene riunendosi in un medesimo luogo». Non solo: quando si celebra la domenica, si celebra «nel giorno della venuta del Signore».

Tuttavia l’intervento di Bianchi è lungi dall’elogiare l’attivismo o, addirittura, il fanatismo. Il priore non crede in una «militanza della speranza». Al contrario, «si è testimoni di speranza, se si è abitati dalla speranza, se si attinge all’Eucaristia, vera cattedra di speranza ». Una consapevolezza che deve rispecchiarsi anche nelle celebrazioni, nella liturgia. Sulla scorta di un Padre greco, Giovanni Crisostomo, che esortava a scambiarsi il segno della pace ricordandosi reciprocamente che il Regno è vicinissimo.

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