Redazione

Il testo apparentemente più disperato della Bibbia, il libro di Giovanni, è tutto pervaso da una grande speranza: come Babilonia, tutte le città idolatre crolleranno. Mons. Bruno Maggioni, con la dottrina del grande biblista e l’autoironia del vecchio sacerdote, conquista al teatro di Varese i convegnisti della Settimana Liturgica.

di Francesco Chiavarini

Profondo e lieve, elegante e insieme "ruspante", come dice di sé. Bruno Maggioni conquista i mille partecipanti alla Settimana Liturgica con la sua dottrina, ma anche con la sua affabilità e felice autoironia. Il suo confronto con la Parola, quasi un corpo a corpo con la Sacra Scrittura, avvince l’uditorio dei cosiddetti settimanalisti, un popolo variegato di laici e religiosi impegnati ad approfondire il significato della liturgia.

Martedì mattina, per un’ora intera, la gente resta inchiodata alle poltroncine del Teatro Apollonio, ammicca, sorride e applaude. Per ben quattro volte il battimano spontaneo e corale sottolinea i passaggi cruciali e qualcuno commenta con il vicino: «Una boccata di aria fresca». E pensare che l’intervento di Maggioni è tutto incentrato su uno dei libri forse più difficili e oscuri della Bibbia, l’Apocalisse. «Un libro disperato », sottolinea Maggioni che parla sotto la grande scritta a caratteri cubitali posta in alto sullo sfondo della scena: “Celebriamo Gesù Cristo, speranza del mondo”, la frase chiave, il filo rosso che collega il raduno varesino al convegno ecclesiale di Verona.

In realtà la scelta di Maggioni è solo apparentemente contraddittoria, perché proprio Giovanni – spiega il biblista – così terribilmente severo nei confronti del mondo, è alimentato da una fiducia enorme figlia della consapevolezza che la salvezza è già avvenuta e continua ad avvenire.

E così, alla fine, tra citazioni e aneddoti, piano piano prende forma il messaggio, l’avvertimento del testo biblico all’uomo di oggi: «Proprio come Babilonia ogni società idolatra è destinata a crollare, divorata dalle proprie ingiustizie».

Ma partiamo dall’inizio. Si comincia con la rievocazione del canto di gioia del capitolo 19. La folla grida l’alleluia «perché Babilonia è caduta» , ma anche e, soprattutto, perché «il Signore ha preso possesso del Suo Regno». E’ giusto dunque rallegrarsi della sconfitta degli idolatri? «Spero che Dio non mandi nessuno all’Inferno, ma se dovesse decidere che qualche borioso rimanga per un po’ in Purgatorio, diciamo che non mi dispiacerebbe affatto», chiosa Maggioni con una fulminante battuta che strappa uno dei tanti applausi del pubblico.

Il Regno verrà e la giustizia trionferà. La speranza di Giovanni poggia su un fatto certo che è già accaduto, non sull’attesa di qualcosa che deve ancora avvenire. «Il libro dei sette sigilli (capitolo cinque) che nessuno riusciva ad aprire né in cielo né in terrà è stato squadernato, il messaggio di salvezza di Cristo, morto e risorto, è stato rivelato».

Alla luce di ciò non vi è più nulla da temere. Il male, anche quando prende le forme terrificanti del “dragone con sette teste e dodici corna”, viene sconfitto (capitolo 12). Il bene, apparentemente debole e indifeso, rappresentato dalla donna incinta, vince.

«In quello scontro, chiunque avrebbe scommesso sul mostro», ed è invece proprio il combattente sfavorito, la donna con il bambino, ad avere la meglio. Per questo i cristiani non devono temere: l’ingiustizia sarà sconfitta, perché Babilonia è già crollata una volta e crollerà sempre.

«Le società idolatre implodono. A divorarle sono sempre state e saranno sempre le loro metastasi, le ingiustizie, anche se poi si darà la colpa alle invasioni esterne». Eccolo, così, il messaggio che lascia al suo pubblico Maggioni. Una profezia da far tremare le vene ai polsi, eppure pronunciata con un sorriso illuminato da una misteriosa serenità, quella stessa “speranza” che sta sottotraccia nell’Apocalisse di Giovanni.

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