Redazione

Quando si è trattato di decidere dove fare il campo quell’estate nessuno ha avuto dubbi.Volevano fare anche la loro parte e così decisero di partire per l’Ipinia: destinazione Brienza.

di Cristina Curti

Tutti i campi erano speciali, indimenticabili. Tutti ci hanno fatto crescere, maturare. Ci hanno messo alla prova per la rinuncia alle comodità, per il confronto. Era preghiera, lavoro manuale, creatività e divertimento. Ci sono stati campi che si sono persi nella memoria, di cui resta solo il ricordo delle emozioni provate.

Brienza 1981. Questo campo rientra tra quelli indimenticabili per l’intensità e per l’importanza che ha avuto per noi. Tutti noi. Per me. Era da tempo che non ci pensavo e i ricordi vengono inevitabilmente mischiati alle emozioni. Immediato lo sconforto nel novembre 1980 quando il terremoto ha distrutto interi paesi dell’Irpinia. Desiderio di partecipare, di essere solidali e quindi la voglia di partire e di fare qualcosa. E quando si è trattato di decidere dove fare il campo quell’estate nessuno ha avuto dubbi. Volevamo fare anche noi la nostra parte. Certamente Irpinia. Brienza poiché la famiglia di una di noi proveniva proprio da lì.

Preoccupazione prima di partire: cosa avremmo trovato? Quali miserie? Quale distruzione? Per fortuna niente di tutto questo. Brienza era tra le poche cittadine risparmiate e quindi i danni a cose e persone erano stati decisamente contenuti. Solo poche famiglie erano rimaste senza tetto ed erano state sistemate nel campo di calcio del paese. Accanto alle loro case provvisorie, nello stesso campo di calcio, le nostre tende. Per la prima volta, emozione su emozione, Quercia e Zodiaco, anzi Viandanti e Astri avrebbero fatto un campo insieme. Avremmo lavorato, riso e pregato insieme. Arriviamo dopo un viaggio che ci è sembrato durare un’eternità.

Quando si è giovani, quando si è scout, si pensa che si possa salvare il mondo… beh, confesso che scoprire che non dovevamo ricostruire la cittadina, ci ha lasciato perplessi. Cosa eravamo andati lì a fare allora? Dopo un colloquio con il sindaco, che ci ha indicato le esigenze dei suoi concittadini, ci siamo organizzati. Sarebbe stato un campo di servizio vero, con la gente e tra la gente.

Alcuni di noi, i ragazzi, hanno iniziato a ricostruire un ponte… non pensate al ponte sullo Stretto… un ponticello, ma sudore, muscoli, impegno e amore hanno creato una piccola opera d’arte, o meglio, hanno ripristinato quello che già c’era. Noi ragazze invece ci siamo occupate delle persone anziane. Abbiamo quindi passato molto tempo con i vecchietti ospitati in una curatissima casa di riposo dove tra le altre, alloggiava una tenerissima signora.

Ancora ricordo il suo modo speciale di accoglierci. In ognuna di noi vedeva l’amata nipote e ci diceva: «Bella, bella zucchero e cannella, ti voglio bene assai». Questo ripeteva accarezzandoci mentre l’aiutavamo a mangiare. E raccontava di sé, della sua vita. Di come aveva conosciuto il marito. Era intelligente e simpatica anche se la mente non era più così lucida e i ricordi si confondevano con la realtà.

Intanto le giornate passavano con un caldo feroce che ci impediva di fare qualsiasi cosa fino al tardo pomeriggio. Passavamo quindi le ore più calde nel campetto tra le famiglie sfollate. Giocavamo specialmente con un ragazzino che non ci lasciava mai. Confesso che avevamo qualche difficoltà a capire il dialetto ed era divertente quando la mamma della nostra mascotte ci insegnava il brienzese (?). Ancora oggi ricordo un pomeriggio mentre lavavamo le pentole in cui lei mi traduceva a cucchiara re leura, il cucchiaio di legno. E poi le messe e la visita di don Lattanzio che è stata una scoperta. Abituati a vederlo sul pulpito lo abbiamo sentito “uno di noi”.

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