Quella che sorge presso il Centro Santa Maria Nascente non si richiama a simboli trionfanti, ma alla cassetta di legno dell'altare da campo che il futuro Beato utilizzò nella Campagna di Russia durante la guerra�


Redazione

La nuova chiesa del beato don Carlo Gnocchi è stata progettata dallo studio di architettura “Valeriani e Rognoni” di Milano. La sua realizzazione ha comportato una lunga e accurata fase di studio e approfondimento: «Progettare una chiesa è un tema difficile, perché si tratta di una realizzazione non legata ad alcuna esigenza pratica delle attività dell’uomo: la casa, la caserma, la fabbrica… – spiegano gli architetti Paolo Valeriani, Clara Rognoni, Benedetta Falciola e Gianfranco Fontana -. La forma è libera e deve rispondere esclusivamente a un’esigenza spirituale. Questo progetto è stato pensato per il beato don Carlo Gnocchi e per i suoi ragazzi. Con un linguaggio semplice e concreto, con forme contenute senza decorazioni, con colori chiari e tendenti verso la luce, nella consapevolezza di un contesto particolare quale il Centro “S. Naria Nascente”, con un vissuto quotidiano di fragilità e sofferenza da affrontare e risolvere con la fede, la serenità, la volontà e anche con il sorriso».
Il punto ideale di riferimento dei progettisti non è stata la chiesa trionfante carica di simboli, ma la cassetta di legno dell’altare da campo di don Gnocchi in una pianura bianca di neve quale fu la Russia. La chiesa non ha infatti una facciata, navate, cupola o archi. Il portico esterno, il pronao, è un momento di passaggio dalla vivacità materiale del mondo esterno a uno spazio interno di raccoglimento e meditazione. Il soffitto, ondulato come un cielo nuvoloso, porta da un ingresso basso, a dimensione dell’uomo, verso uno spazio indefinito più ampio e verso uno sfondo luminoso. L’importanza delle porte laterali richiama il transito della gente comune rispetto all’entrata principale, destinata alle cerimonie più importanti, richiamando una tipica caratteristica delle chiese del Nord.
«L’uso di superfici curve all’esterno e all’interno rende meno percepibili le reali dimensioni dell’edificio, di fatto modeste – aggiungono i progettisti -. Le quinte dietro l’altare, con superfici digradanti, creano un effetto prospettico che aumenta l’impressione di profondità. Una particolare attenzione è stata dedicata alle terrazze sulla copertura, utilizzabili, così come avviene da tempo negli spazi tra le guglie sul Duomo di Milano, come spazio di isolamento e di riflessione, così come di incontro tra i ragazzi, gli ospiti del Centro e i loro familiari. È possibile anche la celebrazione della Messa all’aperto nelle stagioni adatte, oltre che un’attività di ricreazione impostata al centro del piccolo anfiteatro. Il giardino superiore consente un ideale breve percorso tra il verde. I quattordici cespugli di bosso possono rappresentare, per chi vuole, le quattordici stazioni della Via Crucis».
Da sottolineare, infine, le quattro croci in ferro sopra il campanile, che vogliono essere l’unico intervento di materiale scuro e di forme squadrate. Sono fatte dello stesso acciaio e con la stessa crudezza meccanica con la quale erano fatte le armi che il beato don Carlo Gnocchi ha ben visto da vicino, dando origine e scopo alla Fondazione e ai suoi Centri. La nuova chiesa del beato don Carlo Gnocchi è stata progettata dallo studio di architettura “Valeriani e Rognoni” di Milano. La sua realizzazione ha comportato una lunga e accurata fase di studio e approfondimento: «Progettare una chiesa è un tema difficile, perché si tratta di una realizzazione non legata ad alcuna esigenza pratica delle attività dell’uomo: la casa, la caserma, la fabbrica… – spiegano gli architetti Paolo Valeriani, Clara Rognoni, Benedetta Falciola e Gianfranco Fontana -. La forma è libera e deve rispondere esclusivamente a un’esigenza spirituale. Questo progetto è stato pensato per il beato don Carlo Gnocchi e per i suoi ragazzi. Con un linguaggio semplice e concreto, con forme contenute senza decorazioni, con colori chiari e tendenti verso la luce, nella consapevolezza di un contesto particolare quale il Centro “S. Naria Nascente”, con un vissuto quotidiano di fragilità e sofferenza da affrontare e risolvere con la fede, la serenità, la volontà e anche con il sorriso».Il punto ideale di riferimento dei progettisti non è stata la chiesa trionfante carica di simboli, ma la cassetta di legno dell’altare da campo di don Gnocchi in una pianura bianca di neve quale fu la Russia. La chiesa non ha infatti una facciata, navate, cupola o archi. Il portico esterno, il pronao, è un momento di passaggio dalla vivacità materiale del mondo esterno a uno spazio interno di raccoglimento e meditazione. Il soffitto, ondulato come un cielo nuvoloso, porta da un ingresso basso, a dimensione dell’uomo, verso uno spazio indefinito più ampio e verso uno sfondo luminoso. L’importanza delle porte laterali richiama il transito della gente comune rispetto all’entrata principale, destinata alle cerimonie più importanti, richiamando una tipica caratteristica delle chiese del Nord.«L’uso di superfici curve all’esterno e all’interno rende meno percepibili le reali dimensioni dell’edificio, di fatto modeste – aggiungono i progettisti -. Le quinte dietro l’altare, con superfici digradanti, creano un effetto prospettico che aumenta l’impressione di profondità. Una particolare attenzione è stata dedicata alle terrazze sulla copertura, utilizzabili, così come avviene da tempo negli spazi tra le guglie sul Duomo di Milano, come spazio di isolamento e di riflessione, così come di incontro tra i ragazzi, gli ospiti del Centro e i loro familiari. È possibile anche la celebrazione della Messa all’aperto nelle stagioni adatte, oltre che un’attività di ricreazione impostata al centro del piccolo anfiteatro. Il giardino superiore consente un ideale breve percorso tra il verde. I quattordici cespugli di bosso possono rappresentare, per chi vuole, le quattordici stazioni della Via Crucis».Da sottolineare, infine, le quattro croci in ferro sopra il campanile, che vogliono essere l’unico intervento di materiale scuro e di forme squadrate. Sono fatte dello stesso acciaio e con la stessa crudezza meccanica con la quale erano fatte le armi che il beato don Carlo Gnocchi ha ben visto da vicino, dando origine e scopo alla Fondazione e ai suoi Centri.

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