Dalle riflessioni del cardinale Tettamanzi in Libano alle parole di monsignor Padovese per ripensare un'identità che non si chiude in sé e non rifiuta la relazione con altre fedi

di Gerolamo FAZZINI
Redazione

A due mesi dall’uccisione di monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, ancora siamo lontani da una ricostruzione convincente della vicenda e dei suoi contorni (mandanti e obiettivi). Possiamo, però, provare a tracciare un profilo pastorale del vescovo e misurarne l’eredità spirituale, ancorché i frutti della sua testimonianza – l’evangelico “chicco di grano” evocato dal cardinale Dionigi Tettamanzi durante i funerali del vescovo – si vedranno ancor meglio col tempo.
Quello che qui sommessamente ci sentiamo di dire – alla luce di quanto hanno raccontato di lui le persone più vicine e di quello che egli ha lasciato scritto – è che colpisce in Padovese lo strettissimo rapporto fra l’imperativo missionario (da realizzare nella modalità di una testimonianza al Vangelo limpida e discreta), la preoccupazione di difendere il diritto all’esistenza della comunità cristiana in terra turca e, contemporaneamente, la passione per il dialogo, con le Chiese cristiane e segnatamente con il mondo islamico.
In altre parole, monsignor Padovese ha mostrato nel concreto che si può (e si deve) avere a cuore la sorte dei cristiani in Paesi – come la Turchia – a larghissima maggioranza musulmana, senza che questo comporti una chiusura a riccio, a difesa (sterile) di un’identità che ha bisogno, al contrario, di essere “mostrata” e di entrare in relazione con altri. Ha scritto Padovese su Mondo e Missione in merito al dialogo con l’islam: «Credo che un dialogo a livello teologico sia impossibile, mentre è possibile lo sforzo comune per un maggior rispetto, frutto di una chiarificazione di pensiero e di approfondita conoscenza reciproca». È su questa linea che il vescovo si è giocato, promuovendo – fra l’altro – iniziative culturali di alto profilo scientifico.
Ma c’è un altro aspetto del suo magistero interessante e provocatorio per il nostro contesto italiano. Il vescovo ucciso sapeva bene che “dirsi cristiani” non risolve il problema dell’adesione effettiva a Cristo. Egli stesso ha toccato con mano la realtà di un “piccolo gregge” fedele al Vangelo, in cui però il rischio era di scambiare l’appartenenza religiosa come un dato meramente culturale. Nella sua lettera pastorale in occasione dell’Anno Paolino, monsignor Padovese invita i suoi a un esame di coscienza profondo. Scrive: «La fede trasmessa da quanti ci hanno preceduto non è come un quadro antico che conserviamo nelle nostre case, ma è un dono di Dio che non vive senza la nostra collaborazione. Ho scritto in precedenza che “cristiani non si nasce, ma si diventa” e con quelle parole intendevo dire che la grazia di Dio è inefficace senza la nostra cooperazione». Vale in Turchia come in Italia. A due mesi dall’uccisione di monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, ancora siamo lontani da una ricostruzione convincente della vicenda e dei suoi contorni (mandanti e obiettivi). Possiamo, però, provare a tracciare un profilo pastorale del vescovo e misurarne l’eredità spirituale, ancorché i frutti della sua testimonianza – l’evangelico “chicco di grano” evocato dal cardinale Dionigi Tettamanzi durante i funerali del vescovo – si vedranno ancor meglio col tempo.Quello che qui sommessamente ci sentiamo di dire – alla luce di quanto hanno raccontato di lui le persone più vicine e di quello che egli ha lasciato scritto – è che colpisce in Padovese lo strettissimo rapporto fra l’imperativo missionario (da realizzare nella modalità di una testimonianza al Vangelo limpida e discreta), la preoccupazione di difendere il diritto all’esistenza della comunità cristiana in terra turca e, contemporaneamente, la passione per il dialogo, con le Chiese cristiane e segnatamente con il mondo islamico.In altre parole, monsignor Padovese ha mostrato nel concreto che si può (e si deve) avere a cuore la sorte dei cristiani in Paesi – come la Turchia – a larghissima maggioranza musulmana, senza che questo comporti una chiusura a riccio, a difesa (sterile) di un’identità che ha bisogno, al contrario, di essere “mostrata” e di entrare in relazione con altri. Ha scritto Padovese su Mondo e Missione in merito al dialogo con l’islam: «Credo che un dialogo a livello teologico sia impossibile, mentre è possibile lo sforzo comune per un maggior rispetto, frutto di una chiarificazione di pensiero e di approfondita conoscenza reciproca». È su questa linea che il vescovo si è giocato, promuovendo – fra l’altro – iniziative culturali di alto profilo scientifico.Ma c’è un altro aspetto del suo magistero interessante e provocatorio per il nostro contesto italiano. Il vescovo ucciso sapeva bene che “dirsi cristiani” non risolve il problema dell’adesione effettiva a Cristo. Egli stesso ha toccato con mano la realtà di un “piccolo gregge” fedele al Vangelo, in cui però il rischio era di scambiare l’appartenenza religiosa come un dato meramente culturale. Nella sua lettera pastorale in occasione dell’Anno Paolino, monsignor Padovese invita i suoi a un esame di coscienza profondo. Scrive: «La fede trasmessa da quanti ci hanno preceduto non è come un quadro antico che conserviamo nelle nostre case, ma è un dono di Dio che non vive senza la nostra collaborazione. Ho scritto in precedenza che “cristiani non si nasce, ma si diventa” e con quelle parole intendevo dire che la grazia di Dio è inefficace senza la nostra cooperazione». Vale in Turchia come in Italia. – – La visita dell’Arcivescovo in Libano – La lettera pastorale di monsignor Padovese

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