Pentecoste

di Giuseppe GRAMPA Parroco di S. Giovanni in Laterano, Milano
Redazione

C’è nell’Evangelo di oggi, domenica di Pentecoste, cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, un tratto di singolare tenerezza: Gesù nell’imminenza della sua separazione dai discepoli, promette loro: “Non vi lascerò orfani”. Poco prima si era rivolto a loro chiamandoli affettuosamente: “Figliolini miei, sono con voi ancora per poco” (13, 33). Gesù avverte la tristezza che avvolge il cuore dei discepoli: “Perché vi ho detto questo la tristezza ha riempito il vostro cuore” (16,6). “Ora siete nel dolore ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà” (ibid 22). L’evangelo non è estraneo ai sentimenti che abitano il nostro cuore. Gesù e i discepoli hanno vissuto insieme, condividendo fatiche e entusiasmi, sono diventati amici e così Gesù li chiama. L’imminente separazione non può non provocare tristezza, smarrimento. Eppure dopo Gesù non vi sarà il vuoto ma una sua diversa presenza. Ecco la promessa di un altro Paraclito, un altro che stia accanto. Un altro, un secondo: il primo è stato Gesù, adesso è il tempo del suo Spirito. Gesù sarà con i suoi attraverso il suo Spirito. Questo annuncio deve radicare in noi la certezza che i giorni che viviamo non sono privi della presenza del Signore grazie al suo Spirito. Certamente noi non vediamo e non tocchiamo Gesù, non udiamo la sua voce eppure grazie al suo Spirito sarà con noi per sempre, anzi lo vedremo, sarà in noi e noi saremo in lui. Sulle strade del mondo i discepoli di Gesù, la sua Chiesa, hanno la certezza d’essere accompagnati dal Signore Gesù, grazie al suo Spirito. Ma questo clima di confidenza e di tenerezza è turbato da un ripetuto cenno al mondo: mondo che non può ricevere lo Spirito, non lo vede e non lo conosce. E ancora “il mondo non mi vedrà più”.
C’è nell’Evangelo di oggi, domenica di Pentecoste, cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, un tratto di singolare tenerezza: Gesù nell’imminenza della sua separazione dai discepoli, promette loro: “Non vi lascerò orfani”. Poco prima si era rivolto a loro chiamandoli affettuosamente: “Figliolini miei, sono con voi ancora per poco” (13, 33). Gesù avverte la tristezza che avvolge il cuore dei discepoli: “Perché vi ho detto questo la tristezza ha riempito il vostro cuore” (16,6). “Ora siete nel dolore ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà” (ibid 22). L’evangelo non è estraneo ai sentimenti che abitano il nostro cuore. Gesù e i discepoli hanno vissuto insieme, condividendo fatiche e entusiasmi, sono diventati amici e così Gesù li chiama. L’imminente separazione non può non provocare tristezza, smarrimento. Eppure dopo Gesù non vi sarà il vuoto ma una sua diversa presenza. Ecco la promessa di un altro Paraclito, un altro che stia accanto. Un altro, un secondo: il primo è stato Gesù, adesso è il tempo del suo Spirito. Gesù sarà con i suoi attraverso il suo Spirito. Questo annuncio deve radicare in noi la certezza che i giorni che viviamo non sono privi della presenza del Signore grazie al suo Spirito. Certamente noi non vediamo e non tocchiamo Gesù, non udiamo la sua voce eppure grazie al suo Spirito sarà con noi per sempre, anzi lo vedremo, sarà in noi e noi saremo in lui. Sulle strade del mondo i discepoli di Gesù, la sua Chiesa, hanno la certezza d’essere accompagnati dal Signore Gesù, grazie al suo Spirito. Ma questo clima di confidenza e di tenerezza è turbato da un ripetuto cenno al mondo: mondo che non può ricevere lo Spirito, non lo vede e non lo conosce. E ancora “il mondo non mi vedrà più”. Impariamo a stare nel mondo E’ importante nel quarto Vangelo, che appunto stiamo leggendo, l’uso del termine ‘mondo’. Ha una duplice accezione. Una nettamente positiva e sta ad indicare tutta la benevolenza di Dio. Ricordiamo la stupenda affermazione: “Dio ha tanto amato il mondo fino a dare il suo Figlio…”. Parola carica di ottimismo, piena di confidenza, perchè Gesù è il Salvatore del mondo, la luce del mondo. Poi, via via, il termine assume una connotazione sempre più negativa: il mondo è quanto si chiude, si oppone a Gesù, fino a dire che il mondo è tutto sotto il potere del Maligno. Vuol dire, allora, che senza disprezzo per il mondo il discepolo di Gesù deve avere uno sguardo lucido capace di riconoscere tutti i segni negativi, tutte le molteplici forme di male che deturpano il volto dell’uomo e della terra. L’ottimismo cristiano, radicato nella certezza che Dio ha tanto amato il mondo, non può condurre all’ingenuità che non riconosce nella coscienza dell’uomo e quindi nei solchi del mondo, innumerevoli forme di negatività e di male. Ai suoi discepoli e quindi anche a noi Gesù ha promesso il dono del suo Spirito: noi abitiamo un tempo carico della presenza dello Spirito di Gesù e per questo il nostro sguardo verso il tempo, il mondo, la storia deve essere sguardo positivo, confidente, in una parola ‘ottimista’. Ma non ingenuo né superficiale perché nel mondo, abitato dallo Spirito di Gesù, Spirito che rinnova il volto della terra, sono presenti e operanti segni di negatività. Né ottimismo ingenuo ma nemmeno disprezzo e fuga dal mondo, ma uno stare dentro il mondo con la forza dello Spirito di Gesù: rispondendo al male sempre e solo con l’inerme forza del bene, creando bellezza nel degrado e nella volgarità… ricordate la preghiera di Francesco d’Assisi: Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace… – – – – At 2,1-11; 1Cor 12,1-11 Gv 14,15-20 (https://www.chiesadimilano.it/or4/or?uid=ADMIesy.main.index&oid=83767&uidx_18=ADMIalmanacco.news.dettaglio&idnews=14225&is_popup=0)

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