di Rita SALERNO
Redazione

Un auspicio indirizzato alle Chiese locali affinché «sappiano operare insieme per un impegno sempre più efficace in favore degli zingari». A conclusione dell’ultima udienza generale è Benedetto XVI a rivolgersi direttamente ai partecipanti all’incontro in Vaticano dedicato alla Pastorale degli zingari in Europa, svoltosi dal 2 al 4 marzo. Le parole del Papa mettono il sigillo alla tre giorni di lavori ospitata dal Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti a cui hanno preso parte tutti i direttori nazionale della Pastorale degli zingari.
Tra i primi a intervenire sull’argomento l’arcivescovo Antonio Maria Vegliò, presidente del dicastero vaticano promotore dell’evento, secondo cui «la Chiesa è chiamata a denunciare le ingiustizie e le indegne ineguaglianze, affinché la vita dell’uomo divenga più umana». Nel suo intervento il presule ha anche auspicato «un esame di coscienza» sulla «fedeltà alla vocazione e missione nella Chiesa» che è di tutti e «particolarmente dei poveri». La storia degli zingari, ha annotato, è «tristemente segnata da rigetto e persecuzioni». In questa storia, «la Chiesa ha avuto le sue colpe, dirette o indirette, sia con condanne aperte, sia con silenzi a volte interpretati come connivenze».
Monsignor Vegliò ha indicato poi le «non poche ombre», ma anche «esempi luminosi di cristiani» che hanno segnato il cammino di riconciliazione della Chiesa nei confronti degli zingari. Guardando all’incontro, il capo dicastero ha espresso la speranza che ai rom, ai sinti e più in generale agli zingari sia consentita «una maggiore partecipazione alla vita e alla ricchezza della Chiesa». Come pure, che la Chiesa sia «maggiormente presente in mezzo a loro». È vero, ha rilevato monsignor Vegliò, che gli zingari «non sono più lasciati soli come in passato». Ciononostante, «molti sono costretti a vivere in condizioni di povertà e altri trovano difficoltà a raggiungere il cuore della Chiesa». Giocano negativamente, ha sottolineato, «preconcetti e stereotipi, talmente radicati nella società da non permettere sviluppo e maturazione di atteggiamenti di apertura, accoglienza, solidarietà e rispetto».
Ci sono inoltre fenomeni di razzismo e antitziganismo che, ha avvertito, «troppo spesso ostacolano una pacifica, umana e democratica convivenza». Allo stesso tempo, ha soggiunto, non vanno dimenticate «anche responsabilità e atteggiamenti negativi degli zingari stessi nei confronti degli ambienti in cui vivono». È allora necessario che pure gli zingari assumano «i doveri propri di tutti i cittadini del Paese dove permangono». Di qui l’auspicio che sia percorsa la strada della «riconciliazione» e della «ricerca di comprensione». Il presule non ha mancato di indicare quei segnali che aprono alla speranza come la rinnovata attenzione verso gli zingari degli organismi europei e internazionali. Tali trasformazioni, ha concluso monsignor Vegliò, «contribuiranno ad arrestare fenomeni e atti di razzismo», creando una «nuova coscienza europea» che consenta agli zingari di «riaffermare la propria identità e diversità culturale nell’ottica di un inserimento civile nei rispettivi Paesi».
Per parte sua, il segretario del dicastero monsignor Agostino Marchetto ha affermato che l’attenzione pastorale per gli zingari «è un compito irrinunciabile» della Chiesa. Ancor più, ha detto, una pastorale a essi diretta è «esigenza interna della cattolicità della Chiesa e della sua missione». Il presule ha messo l’accento sulle condizioni di emarginazione e discriminazione nella quale vivono spesso le popolazioni zingare in Europa. Ed ha auspicato un approccio integrato a livello europeo «per l’inclusione sociale dei rom e degli altri gruppi zingari». Un auspicio indirizzato alle Chiese locali affinché «sappiano operare insieme per un impegno sempre più efficace in favore degli zingari». A conclusione dell’ultima udienza generale è Benedetto XVI a rivolgersi direttamente ai partecipanti all’incontro in Vaticano dedicato alla Pastorale degli zingari in Europa, svoltosi dal 2 al 4 marzo. Le parole del Papa mettono il sigillo alla tre giorni di lavori ospitata dal Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti a cui hanno preso parte tutti i direttori nazionale della Pastorale degli zingari.Tra i primi a intervenire sull’argomento l’arcivescovo Antonio Maria Vegliò, presidente del dicastero vaticano promotore dell’evento, secondo cui «la Chiesa è chiamata a denunciare le ingiustizie e le indegne ineguaglianze, affinché la vita dell’uomo divenga più umana». Nel suo intervento il presule ha anche auspicato «un esame di coscienza» sulla «fedeltà alla vocazione e missione nella Chiesa» che è di tutti e «particolarmente dei poveri». La storia degli zingari, ha annotato, è «tristemente segnata da rigetto e persecuzioni». In questa storia, «la Chiesa ha avuto le sue colpe, dirette o indirette, sia con condanne aperte, sia con silenzi a volte interpretati come connivenze».Monsignor Vegliò ha indicato poi le «non poche ombre», ma anche «esempi luminosi di cristiani» che hanno segnato il cammino di riconciliazione della Chiesa nei confronti degli zingari. Guardando all’incontro, il capo dicastero ha espresso la speranza che ai rom, ai sinti e più in generale agli zingari sia consentita «una maggiore partecipazione alla vita e alla ricchezza della Chiesa». Come pure, che la Chiesa sia «maggiormente presente in mezzo a loro». È vero, ha rilevato monsignor Vegliò, che gli zingari «non sono più lasciati soli come in passato». Ciononostante, «molti sono costretti a vivere in condizioni di povertà e altri trovano difficoltà a raggiungere il cuore della Chiesa». Giocano negativamente, ha sottolineato, «preconcetti e stereotipi, talmente radicati nella società da non permettere sviluppo e maturazione di atteggiamenti di apertura, accoglienza, solidarietà e rispetto».Ci sono inoltre fenomeni di razzismo e antitziganismo che, ha avvertito, «troppo spesso ostacolano una pacifica, umana e democratica convivenza». Allo stesso tempo, ha soggiunto, non vanno dimenticate «anche responsabilità e atteggiamenti negativi degli zingari stessi nei confronti degli ambienti in cui vivono». È allora necessario che pure gli zingari assumano «i doveri propri di tutti i cittadini del Paese dove permangono». Di qui l’auspicio che sia percorsa la strada della «riconciliazione» e della «ricerca di comprensione». Il presule non ha mancato di indicare quei segnali che aprono alla speranza come la rinnovata attenzione verso gli zingari degli organismi europei e internazionali. Tali trasformazioni, ha concluso monsignor Vegliò, «contribuiranno ad arrestare fenomeni e atti di razzismo», creando una «nuova coscienza europea» che consenta agli zingari di «riaffermare la propria identità e diversità culturale nell’ottica di un inserimento civile nei rispettivi Paesi».Per parte sua, il segretario del dicastero monsignor Agostino Marchetto ha affermato che l’attenzione pastorale per gli zingari «è un compito irrinunciabile» della Chiesa. Ancor più, ha detto, una pastorale a essi diretta è «esigenza interna della cattolicità della Chiesa e della sua missione». Il presule ha messo l’accento sulle condizioni di emarginazione e discriminazione nella quale vivono spesso le popolazioni zingare in Europa. Ed ha auspicato un approccio integrato a livello europeo «per l’inclusione sociale dei rom e degli altri gruppi zingari».

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