L'arciprete del Duomo di Monza, monsignor Silvano Provasi: «Spesso, di fronte a questioni complesse, tendiamo a delegare oppure ad affrontarle con uno spirito da tifosi»

di Filippo MAGNI
Redazione

«Monsignor Silvano Provasi, è vero, come dice il cardinale Tettamanzi, che “nelle comunità parrocchiali si fatica a parlare di politica”»? «Sì, spesso, quando ci troviamo di fronte a questioni complesse e non chiare, tendiamo a delegare, oppure ad affrontarle con uno spirito da tifosi piuttosto che discutendo. La politica rientra in questo caso».
L’opinione formata sul campo dell’arciprete del Duomo di Monza conferma quella dell’Arcivescovo. Nei recenti incontri con gli amministratori locali, il Cardinale ha sottolineato la vocazione cui è chiamata la Chiesa: formare i laici «non solo nell’ambito specifico dell’azione pastorale nelle parrocchie e in altre realtà ecclesiali, ma anche in quello dell’azione sociale e politica: per il mondo e per lo sviluppo umano integrale». Da questo punto di vista viviamo un momento di difficoltà. «Nelle comunità parrocchiali – ha detto – spesso si fatica a parlare di politica, ad educare ad essa, a ragionare sui grandi temi sociali per il rischio di passare immediatamente alle contrapposizioni, alle rotture, alle accuse reciproche, all’applicazione di schemi ideologici, alla corsa per definirsi “più cattolici” degli altri».

Mons. Provasi, secondo lei da dove nasce questa difficoltà?
Spesso ci lasciamo coinvolgere dalla politica più con l’atteggiamento del “tifoso” che non con la passione di chi è chiamato a leggere con sapienza e bisogno del confronto la complessa realtà sociale. Come spesso capita, quando ci troviamo di fronte a cose complesse e non chiare, si delega e si tifa.

Uno stile diffuso nella società, non solo in parrocchia…
Purtroppo anche i media, addirittura i tg, continuano a offrire questo modo di affrontare i temi politici e anche i cristiani continuano a cadere in questo tranello, esportando la stessa logica nell’affrontare i temi sociali nella comunità.

Quale stile, invece, dovrebbe contraddistinguere il dibattito?
È necessario “fare politica” nella comunità affrontando i problemi e le possibili soluzioni con serietà e desiderio di approfondimento. Superando il pregiudizio reciproco e l’istinto di etichettare tutto e tutti, difendendo ad ogni costo le proprie ricette o quelle che abbiamo accolto “a scatola chiusa”.

Ascoltando la voce della Chiesa?
Noto una certa fatica nel gestire il prezioso servizio del consigliare nella Chiesa. Sembra si preferisca “produrre” azioni, gesti, eventi che non sempre hanno come vero fine la carità, ma solo le “opere della legge”. Eppure penso che anche il servizio del ben consigliare nella Chiesa possa educare a servire la società politicamente.

Quando si riesce ad affrontare il dibattito politico in parrocchia, quali ostacoli ci si trova di fronte?
Il più pesante e ricorrente: giudicare ogni intervento, anche dei preti, come una già definita scelta di campo politico. In particolare su temi quali l’immigrazione, la bioetica, l’educazione, l’economia. Invece andrebbero considerati come inviti a leggere in profondità e verificare il nostro cuore nei confronti di scelte concrete che forse risolvono e semplificano qualche problema esistenziale concreto e attuale, ma, alla lunga, svuotano il nostro cuore del senso critico evangelico che Gesù ci domanda e ci dona.

Da qui deriva il rischio “tifoseria”…
Sì, l’altro ostacolo è ridurre chi pensa politicamente in modo diverso da noi a un avversario o un nemico che vuole rubarci qualcosa. Invece è un interlocutore di cui ciascuno ha bisogno per meglio conoscere e affrontare la complessità del vivere sociale. Questa ideologia negativa sta attraversando il cuore di tanti, in modo bipartisan.

Da dove si può iniziare, per far tornare il dibattito politico in parrocchia sui binari della correttezza?
Possiamo ridonare il gusto dell’imparare e ben gestire il consigliare nella Chiesa, partendo anche, in modo paziente e fiducioso, dal confronto con i giovani. Imparando un po’ anche dalla loro immediatezza e ritrosia nei confronti delle lungaggini e dei bizantinismi. Inoltre, possiamo accompagnare chi comincia a maturare la disponibilità a donare mente e cuore per la politica. In questo senso è positivo l’impegno dell’Ufficio di Pastorale sociale guidato da monsignor Eros Monti.

E infine?
Altri due accorgimenti: innanzitutto vigilare contro la comunicazione “drogata” dei mass media nel presentare confronti su diversi temi. E poi superare la paura e la timidezza che porta a non affrontare, anche nelle nostre comunità, quei temi politici richiesti dall’urgenza e dal dovere di incarnare l’Evangelo. «Monsignor Silvano Provasi, è vero, come dice il cardinale Tettamanzi, che “nelle comunità parrocchiali si fatica a parlare di politica”»? «Sì, spesso, quando ci troviamo di fronte a questioni complesse e non chiare, tendiamo a delegare, oppure ad affrontarle con uno spirito da tifosi piuttosto che discutendo. La politica rientra in questo caso».L’opinione formata sul campo dell’arciprete del Duomo di Monza conferma quella dell’Arcivescovo. Nei recenti incontri con gli amministratori locali, il Cardinale ha sottolineato la vocazione cui è chiamata la Chiesa: formare i laici «non solo nell’ambito specifico dell’azione pastorale nelle parrocchie e in altre realtà ecclesiali, ma anche in quello dell’azione sociale e politica: per il mondo e per lo sviluppo umano integrale». Da questo punto di vista viviamo un momento di difficoltà. «Nelle comunità parrocchiali – ha detto – spesso si fatica a parlare di politica, ad educare ad essa, a ragionare sui grandi temi sociali per il rischio di passare immediatamente alle contrapposizioni, alle rotture, alle accuse reciproche, all’applicazione di schemi ideologici, alla corsa per definirsi “più cattolici” degli altri».Mons. Provasi, secondo lei da dove nasce questa difficoltà?Spesso ci lasciamo coinvolgere dalla politica più con l’atteggiamento del “tifoso” che non con la passione di chi è chiamato a leggere con sapienza e bisogno del confronto la complessa realtà sociale. Come spesso capita, quando ci troviamo di fronte a cose complesse e non chiare, si delega e si tifa.Uno stile diffuso nella società, non solo in parrocchia…Purtroppo anche i media, addirittura i tg, continuano a offrire questo modo di affrontare i temi politici e anche i cristiani continuano a cadere in questo tranello, esportando la stessa logica nell’affrontare i temi sociali nella comunità.Quale stile, invece, dovrebbe contraddistinguere il dibattito?È necessario “fare politica” nella comunità affrontando i problemi e le possibili soluzioni con serietà e desiderio di approfondimento. Superando il pregiudizio reciproco e l’istinto di etichettare tutto e tutti, difendendo ad ogni costo le proprie ricette o quelle che abbiamo accolto “a scatola chiusa”.Ascoltando la voce della Chiesa?Noto una certa fatica nel gestire il prezioso servizio del consigliare nella Chiesa. Sembra si preferisca “produrre” azioni, gesti, eventi che non sempre hanno come vero fine la carità, ma solo le “opere della legge”. Eppure penso che anche il servizio del ben consigliare nella Chiesa possa educare a servire la società politicamente.Quando si riesce ad affrontare il dibattito politico in parrocchia, quali ostacoli ci si trova di fronte?Il più pesante e ricorrente: giudicare ogni intervento, anche dei preti, come una già definita scelta di campo politico. In particolare su temi quali l’immigrazione, la bioetica, l’educazione, l’economia. Invece andrebbero considerati come inviti a leggere in profondità e verificare il nostro cuore nei confronti di scelte concrete che forse risolvono e semplificano qualche problema esistenziale concreto e attuale, ma, alla lunga, svuotano il nostro cuore del senso critico evangelico che Gesù ci domanda e ci dona.Da qui deriva il rischio “tifoseria”…Sì, l’altro ostacolo è ridurre chi pensa politicamente in modo diverso da noi a un avversario o un nemico che vuole rubarci qualcosa. Invece è un interlocutore di cui ciascuno ha bisogno per meglio conoscere e affrontare la complessità del vivere sociale. Questa ideologia negativa sta attraversando il cuore di tanti, in modo bipartisan.Da dove si può iniziare, per far tornare il dibattito politico in parrocchia sui binari della correttezza?Possiamo ridonare il gusto dell’imparare e ben gestire il consigliare nella Chiesa, partendo anche, in modo paziente e fiducioso, dal confronto con i giovani. Imparando un po’ anche dalla loro immediatezza e ritrosia nei confronti delle lungaggini e dei bizantinismi. Inoltre, possiamo accompagnare chi comincia a maturare la disponibilità a donare mente e cuore per la politica. In questo senso è positivo l’impegno dell’Ufficio di Pastorale sociale guidato da monsignor Eros Monti.E infine?Altri due accorgimenti: innanzitutto vigilare contro la comunicazione “drogata” dei mass media nel presentare confronti su diversi temi. E poi superare la paura e la timidezza che porta a non affrontare, anche nelle nostre comunità, quei temi politici richiesti dall’urgenza e dal dovere di incarnare l’Evangelo. – – Via agli incontri di spiritualità

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