di Cristina CONTI
Redazione

Si chiama “Pantonoikia” (casa di tutti) ed è un’associazione dedicata a chi vive per strada. Nata a Settala (Milano) nel 1983, dopo che il cardinale Martini aveva posto l’attenzione sul problema degli immigrati, oggi ha 27 anni, ma è più che mai attuale. Una casa aperta a tutti, senza porte e barriere di razza, colore o religione. L’unica condizione per entrarvi è trovarsi in grave necessità. «Siccome i più poveri allora erano stranieri, non riconosciuti in Italia né difesi da alcuna legge, la “Pantonoikia” si è aperta soprattutto e in modo particolare alle famiglie. Perché, se un uomo da solo per la strada può anche cavarsela, quando ci sono donne e bambini sopravvivere diventa davvero difficile. Alla nascita dell’associazione non c’erano ancora centri di accoglienza e anche i più piccoli dovevano arrangiarsi a dormire negli scatoloni vicino alle stazioni, insieme alle loro madri», spiega don Giovanni Brovelli, tra i fondatori dell’associazione.
Nel giro di pochi anni l’iniziativa ha assunto dimensioni sempre più grandi. Alla prima casa di accoglienza, infatti, hanno fatto seguito altre cinque, dislocate in diversi paesi, per un totale di circa 100 posti. Oltre alle case, che attualmente ospitano una sessantina di persone, l’associazione svolge anche un’azione attiva sulla strada, in collaborazione con l’équipe la Madaleine, un centro d’ascolto e uno sportello d’aiuto per distribuire gli alimenti e il vestiario a chi ne è sprovvisto.
Poveri, emarginati, malati, donne vittime di violenza oppure ragazze madri: questi i principali ospiti di queste strutture e in tempi di crisi sono sempre di più non solo gli stranieri, ma anche gli italiani che si rivolgono a “Pantonoikia” per avere un aiuto concreto. Per questo motivo è in atto fin dalla sua fondazione una stretta collaborazione con ospedali, enti locali, parrocchie e in particolar modo con la segreteria per gli Esteri e la Caritas della Diocesi di Milano.
Un’associazione di soli volontari, che si ispira ai principi di uguaglianza, solidarietà e di condivisione contenuti nel Vangelo. «L’obiettivo ultimo che ci proponiamo è la costruzione di una convivenza armoniosa tra italiani e stranieri, nella direzione della cosiddetta integrazione culturale, intesa come scambio di valori e arricchimento reciproco», continua don Brovelli. E proprio in quest’ottica l’associazione si propone di accogliere famiglie in difficoltà, di sostenere chi non lavora, di regolarizzare gli ospiti di fronte alla legge. Senza tralasciare l’assistenza sanitaria, l’inserimento nella cultura italiana, la scolarizzazione dei ragazzi e la ricerca di una casa, con un’attenzione costante alla sensibilità religiosa di chi chiede aiuto.
“Pantonoikia” non ha introiti propri, vive delle libere offerte di privati e comunità, un modesto contributo dell’Asl e, attraverso la Caritas diocesana, riceve un contributo quasi annuale della Cei, frutto dell’8 per mille. Gli aiuti alimentari, invece, giungono dal Banco Alimentare. Si chiama “Pantonoikia” (casa di tutti) ed è un’associazione dedicata a chi vive per strada. Nata a Settala (Milano) nel 1983, dopo che il cardinale Martini aveva posto l’attenzione sul problema degli immigrati, oggi ha 27 anni, ma è più che mai attuale. Una casa aperta a tutti, senza porte e barriere di razza, colore o religione. L’unica condizione per entrarvi è trovarsi in grave necessità. «Siccome i più poveri allora erano stranieri, non riconosciuti in Italia né difesi da alcuna legge, la “Pantonoikia” si è aperta soprattutto e in modo particolare alle famiglie. Perché, se un uomo da solo per la strada può anche cavarsela, quando ci sono donne e bambini sopravvivere diventa davvero difficile. Alla nascita dell’associazione non c’erano ancora centri di accoglienza e anche i più piccoli dovevano arrangiarsi a dormire negli scatoloni vicino alle stazioni, insieme alle loro madri», spiega don Giovanni Brovelli, tra i fondatori dell’associazione.Nel giro di pochi anni l’iniziativa ha assunto dimensioni sempre più grandi. Alla prima casa di accoglienza, infatti, hanno fatto seguito altre cinque, dislocate in diversi paesi, per un totale di circa 100 posti. Oltre alle case, che attualmente ospitano una sessantina di persone, l’associazione svolge anche un’azione attiva sulla strada, in collaborazione con l’équipe la Madaleine, un centro d’ascolto e uno sportello d’aiuto per distribuire gli alimenti e il vestiario a chi ne è sprovvisto.Poveri, emarginati, malati, donne vittime di violenza oppure ragazze madri: questi i principali ospiti di queste strutture e in tempi di crisi sono sempre di più non solo gli stranieri, ma anche gli italiani che si rivolgono a “Pantonoikia” per avere un aiuto concreto. Per questo motivo è in atto fin dalla sua fondazione una stretta collaborazione con ospedali, enti locali, parrocchie e in particolar modo con la segreteria per gli Esteri e la Caritas della Diocesi di Milano.Un’associazione di soli volontari, che si ispira ai principi di uguaglianza, solidarietà e di condivisione contenuti nel Vangelo. «L’obiettivo ultimo che ci proponiamo è la costruzione di una convivenza armoniosa tra italiani e stranieri, nella direzione della cosiddetta integrazione culturale, intesa come scambio di valori e arricchimento reciproco», continua don Brovelli. E proprio in quest’ottica l’associazione si propone di accogliere famiglie in difficoltà, di sostenere chi non lavora, di regolarizzare gli ospiti di fronte alla legge. Senza tralasciare l’assistenza sanitaria, l’inserimento nella cultura italiana, la scolarizzazione dei ragazzi e la ricerca di una casa, con un’attenzione costante alla sensibilità religiosa di chi chiede aiuto.“Pantonoikia” non ha introiti propri, vive delle libere offerte di privati e comunità, un modesto contributo dell’Asl e, attraverso la Caritas diocesana, riceve un contributo quasi annuale della Cei, frutto dell’8 per mille. Gli aiuti alimentari, invece, giungono dal Banco Alimentare.

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