Il 28 febbraio 1956 moriva don Carlo Gnocchi. Tra�le visite in ospedale di tanti amici e collaboratori, anche quella�dell'Arcivescovo Montini che lo informò del suo male...

di Luisa BOVE
Redazione

Il 28 febbraio 1956 alle 18.45 moriva don Carlo Gnocchi (nella foto il disegno pubblicato in prima pagina sulla "Domenica del Corriere" nel marzo 1956). Qualche settimana prima era stato ricoverato alla clinica Columbus di Milano e da allora tanti amici e collaboratori lo andavano a visitare. A seguirlo più da vicino, con un permesso speciale accordatogli anche dall’Arcivescovo, era il confratello don Giovanni Barbareschi, esonerato da ogni altro incarico pastorale. Anche la fedelissima Delia Stella, che da anni sbrigava le faccende domestiche per don Carlo era in quei giorni al suo capezzale.
Il dottor Sergio Calò ebbe più volte il privilegio di pregare con il suo paziente. La sera tardi, dopo i turni di ospedale, il medico si infilava nella stanza di don Gnocchi e insieme si abbandonavano a reciproche confidenze, cui seguiva la recita del Rosario. Medici, infermieri e suore erano edificati dalla presenza di un paziente tanto speciale, sempre «pronto al sorriso» e che «affrontava tutte le sofferenze che gli procurava la malattia con pazienza e coraggio». Il suo fisico era debilitato, ma questo non gli aveva fatto perdere «un sano e sereno umorismo» e neppure la sua «attenzione e delicatezza verso tutti».
Ma tra le visite più commosse e intense che don Gnocchi ricevette vanno ricordate senz’altro quelle di mons. Montini: toccò a lui il 2 febbraio comunicare al “suo” amato prete, la triste diagnosi che non gli avrebbe dato scampo. Si parlarono per un’ora e quando l’Arcivescovo uscì era in lacrime.
Fu dopo questa infausta notizia che il “papà dei mutilatini” decise di ridurre le visite di amici e conoscenti, chiese quindi a don Barbareschi di “filtrarle”. «Ora vorrei restare un poco solo», diceva, «ho bisogno di concentrarmi: mi devo preparare a essere ricevuto dal Signore. Un prete deve morire da prete».
Due giorni dopo la brutta notizia don Carlo iniziava già a predisporre le cose per dare continuità alla sua Opera quando non ci sarebbe più stato. Intanto si sparse la voce che don Gnocchi era grave e nei 7 istituti della Fondazione Pro Juventute ospiti e personale iniziarono a pregare per lui; alla Columbus invece cominciarono ad arrivare lettere e telefonate che confermavano la stima per il “papà dei mutilatini”. Anche il Prefetto di Milano fece giungere un suo messaggio di saluto.
Un mese dopo il suo ricovero don Carlo veniva trasferito dal terzo piano (camera 301) a quello rialzato e posto sotto la tenda a ossigeno perché le crisi respiratorie diventavano sempre più frequenti.
Durante la sua degenza don Gnocchi non smise mai di pregare e teneva molto anche alla messa del mattino. Quando si aggravò, non potendo più celebrare l’Eucaristia, fu allestito un piccolo altare nella sua camera e dal letto seguiva con raccoglimento e devozione ogni celebrazione.
La sera del 25 febbraio giunse alla Columbus mons. Sergio Pignedoli, Vescovo ausiliare di Milano, incaricato di dare l’estrema unzione al prete ambrosiano. Durante il rito, le poche persone presenti nella camera non riuscivano a trattenere le lacrime. A un certo punto don Carlo, rivolgendosi al celebrante domandò: «Tu non vuoi ungermi i piedi? Sono i piedi che mi hanno portato a casa dalla Russia». Per don Gnocchi non era una cosa da poco, perché dal suo rientro in patria ebbe inizio il grande impegno nei confronti dei orfani e delle piccole vittime mutilate dalle mine.
Due giorni dopo arrivarono al capezzale di don Carlo due mutilatine che avevano partecipato a un pellegrinaggio a Lourdes organizzato dalla Fondazione per chiedere alla Madonna la guarigione del fondatore dell’Opera. Don Gnocchi recitò con loro il Rosario, quindi le congedò con una benedizione.
Il 28 febbraio don Carlo si aggravò, le cure non facevano più effetto. Alle 18 i medici e don Barbareschi erano nella sua stanza e «lo guardavano senza poter far nulla». A un tratto don Gnocchi strappò il crocifisso (quello che gli aveva regalato sua madre) che appeso col cerotto alla tenda di ossigeno, sussurrò «Vieni, vieni», quindi lo portò alla bocca e lo baciò. Poco dopo morì. Il 28 febbraio 1956 alle 18.45 moriva don Carlo Gnocchi (nella foto il disegno pubblicato in prima pagina sulla "Domenica del Corriere" nel marzo 1956). Qualche settimana prima era stato ricoverato alla clinica Columbus di Milano e da allora tanti amici e collaboratori lo andavano a visitare. A seguirlo più da vicino, con un permesso speciale accordatogli anche dall’Arcivescovo, era il confratello don Giovanni Barbareschi, esonerato da ogni altro incarico pastorale. Anche la fedelissima Delia Stella, che da anni sbrigava le faccende domestiche per don Carlo era in quei giorni al suo capezzale.Il dottor Sergio Calò ebbe più volte il privilegio di pregare con il suo paziente. La sera tardi, dopo i turni di ospedale, il medico si infilava nella stanza di don Gnocchi e insieme si abbandonavano a reciproche confidenze, cui seguiva la recita del Rosario. Medici, infermieri e suore erano edificati dalla presenza di un paziente tanto speciale, sempre «pronto al sorriso» e che «affrontava tutte le sofferenze che gli procurava la malattia con pazienza e coraggio». Il suo fisico era debilitato, ma questo non gli aveva fatto perdere «un sano e sereno umorismo» e neppure la sua «attenzione e delicatezza verso tutti».Ma tra le visite più commosse e intense che don Gnocchi ricevette vanno ricordate senz’altro quelle di mons. Montini: toccò a lui il 2 febbraio comunicare al “suo” amato prete, la triste diagnosi che non gli avrebbe dato scampo. Si parlarono per un’ora e quando l’Arcivescovo uscì era in lacrime.Fu dopo questa infausta notizia che il “papà dei mutilatini” decise di ridurre le visite di amici e conoscenti, chiese quindi a don Barbareschi di “filtrarle”. «Ora vorrei restare un poco solo», diceva, «ho bisogno di concentrarmi: mi devo preparare a essere ricevuto dal Signore. Un prete deve morire da prete».Due giorni dopo la brutta notizia don Carlo iniziava già a predisporre le cose per dare continuità alla sua Opera quando non ci sarebbe più stato. Intanto si sparse la voce che don Gnocchi era grave e nei 7 istituti della Fondazione Pro Juventute ospiti e personale iniziarono a pregare per lui; alla Columbus invece cominciarono ad arrivare lettere e telefonate che confermavano la stima per il “papà dei mutilatini”. Anche il Prefetto di Milano fece giungere un suo messaggio di saluto.Un mese dopo il suo ricovero don Carlo veniva trasferito dal terzo piano (camera 301) a quello rialzato e posto sotto la tenda a ossigeno perché le crisi respiratorie diventavano sempre più frequenti.Durante la sua degenza don Gnocchi non smise mai di pregare e teneva molto anche alla messa del mattino. Quando si aggravò, non potendo più celebrare l’Eucaristia, fu allestito un piccolo altare nella sua camera e dal letto seguiva con raccoglimento e devozione ogni celebrazione.La sera del 25 febbraio giunse alla Columbus mons. Sergio Pignedoli, Vescovo ausiliare di Milano, incaricato di dare l’estrema unzione al prete ambrosiano. Durante il rito, le poche persone presenti nella camera non riuscivano a trattenere le lacrime. A un certo punto don Carlo, rivolgendosi al celebrante domandò: «Tu non vuoi ungermi i piedi? Sono i piedi che mi hanno portato a casa dalla Russia». Per don Gnocchi non era una cosa da poco, perché dal suo rientro in patria ebbe inizio il grande impegno nei confronti dei orfani e delle piccole vittime mutilate dalle mine.Due giorni dopo arrivarono al capezzale di don Carlo due mutilatine che avevano partecipato a un pellegrinaggio a Lourdes organizzato dalla Fondazione per chiedere alla Madonna la guarigione del fondatore dell’Opera. Don Gnocchi recitò con loro il Rosario, quindi le congedò con una benedizione.Il 28 febbraio don Carlo si aggravò, le cure non facevano più effetto. Alle 18 i medici e don Barbareschi erano nella sua stanza e «lo guardavano senza poter far nulla». A un tratto don Gnocchi strappò il crocifisso (quello che gli aveva regalato sua madre) che appeso col cerotto alla tenda di ossigeno, sussurrò «Vieni, vieni», quindi lo portò alla bocca e lo baciò. Poco dopo morì.

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