Nella festa della Visitazione e per il quarto centenario di fondazione dell'Ordine, il cardinale Tettamanzi celebrerà l'Eucaristia in via Santa Sofia. Qui si esprime «amore, dolcezza e umiltà davanti a Dio e agli uomini»

di Luisa BOVE
Redazione

Il Monastero Santa Maria della Visitazione di Milano è in festa per il quarto centenario di fondazione dell’Ordine. Da tre anni le monache di clausura di via Santa Sofia, nel cuore di Milano, si stanno preparando all’evento. «È bello coinvolgere anche le persone all’esterno», dice madre Maria Silvia, ma l’anniversario deve essere un’occasione che «porta qualcosa di più anche per noi: una revisione nella nostra vita per valutare se abbiamo ancora quell’ardore e quel fuoco di amore per il Signore che muoveva le prime Sorelle quando c’erano ancora i fondatori», vale a dire san Francesco di Sales e santa Giovanna Francesca Chantal. «La celebrazione più bella e solenne», assicura la monaca, sarà quella di domani 31 maggio, festa della Visitazione, «quando alle 17 il cardinal Tettamanzi celebrerà l’Eucaristia insieme ad alcuni sacerdoti».
Oggi i monasteri della Visitazione sparsi nel mondo sono 153 di cui 30 solo in Italia: Europa (94), America del Nord (15), America Centro-sud (35), Africa (7), Asia (2).
Quella delle monache di clausura è una vita donata al Signore «nel silenzio e nella preghiera», segno vivo anche in una grande città: mentre la popolazione corre e si affanna tra lavoro, impegni e proeoccupazioni, c’è chi si ferma e prega. «Per tutti», dice madre Maria Silvia.

Ma come l’immagine della Visitazione si concilia con la vostra “stanzialità” dal momento che vivete in clausura?
Si esprime nella dolcezza e nell’umiltà del cuore di Gesù. Lo avevano intuito i nostri fondatori, tanto che lo stemma dell’Ordine della Visitazione è il cuore di Gesù circondato dalla corona di spine e con due lance che lo trafiggono. È tutto fondato sull’amore, la dolcezza e l’umiltà, innanzitutto davanti a Dio e poi agli uomini. Gesù diceva infatti: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire”.

Un monastero nel cuore di Milano che cosa rappresenta?
È il motore propulsore dell’amore del Signore che dovrebbe essere richiamato a tutti gli uomini. Il monastero supplisce a ciò che gli altri non fanno: ringraziare il Signore, implorarlo, chiedergli perdono, offrirgli tutto l’amore possibile… Noi siamo qui non perché abbiamo dimenticato chi è “fuori”, ma per ricordarli meglio e di più. Preghiamo per tutte le situazioni (non solo per quelle che conosciamo) e le presentiamo al Signore dicendogli: “Tu sai dove c’è bisogno di riparare, di implorare, di ringraziare e di supplicare”. Molte persone si rivolgono a noi per chiedere preghiere telefonando o venendo qui, hanno bisogno a volte di parlare delle sofferenze che vivono in famiglia (con il marito, la moglie, i figli…) e noi le facciamo nostre. Adesso stiamo pregando anche per il fratello di una nostra Sorella perché è malato e per i suoi parenti, in particolare la madre, che potrebbe soffrirne di più.

Come vi informate sulle situazioni del mondo?
Noi riceviamo sempre l’“Osservatore Romano” e il quotidiano “Avvenire”, poi abbiamo qualche rivista missionaria. Le notizie le abbiamo sempre. Anche quando arrivano da fuori o le sentiamo alla radio preghiamo subito per le situazioni di sofferenza: sia per chi le procura (come una guerra) sia per le vittime e i parenti nel caso di un terremoto, poi cerchiamo di capire che cosa il Signore vuole dirci attraverso queste calamità.

Quante monache conta la vostra comunità?
Purtroppo adesso siamo soltanto 10, perché a marzo è morta una Sorella, come pure l’anno scorso. Negli ultimi dodici anni ne sono mancate 25-30. Inoltre non abbiamo avuto “ricambi”: diverse persone vorrebbero entrare, ma non hanno vera vocazione, vogliono solo “sistemarsi” e questo fa male a loro e a noi. Altre due invece sembrerebbero avere la vocazione, ma non sono ancora libere dagli impegni familiari, una ha la mamma malata di alzheimer e la seconda ha qualche difficoltà e prima di entrare deve sistemare tutto, altrimenti non è tranquilla. Il fondatore diceva: “Anche di età avanzata, ma che abbiano la capacità di vivere il minimo della Regola, purchè sia una vera vocazione”. E aggiungeva che devono essere “Non calzate nei piedi, ma scalzate nella testa”, cioè che “sappiano deporre il proprio io per accogliere l’obbedienza”. Il Monastero Santa Maria della Visitazione di Milano è in festa per il quarto centenario di fondazione dell’Ordine. Da tre anni le monache di clausura di via Santa Sofia, nel cuore di Milano, si stanno preparando all’evento. «È bello coinvolgere anche le persone all’esterno», dice madre Maria Silvia, ma l’anniversario deve essere un’occasione che «porta qualcosa di più anche per noi: una revisione nella nostra vita per valutare se abbiamo ancora quell’ardore e quel fuoco di amore per il Signore che muoveva le prime Sorelle quando c’erano ancora i fondatori», vale a dire san Francesco di Sales e santa Giovanna Francesca Chantal. «La celebrazione più bella e solenne», assicura la monaca, sarà quella di domani 31 maggio, festa della Visitazione, «quando alle 17 il cardinal Tettamanzi celebrerà l’Eucaristia insieme ad alcuni sacerdoti».Oggi i monasteri della Visitazione sparsi nel mondo sono 153 di cui 30 solo in Italia: Europa (94), America del Nord (15), America Centro-sud (35), Africa (7), Asia (2).Quella delle monache di clausura è una vita donata al Signore «nel silenzio e nella preghiera», segno vivo anche in una grande città: mentre la popolazione corre e si affanna tra lavoro, impegni e proeoccupazioni, c’è chi si ferma e prega. «Per tutti», dice madre Maria Silvia.Ma come l’immagine della Visitazione si concilia con la vostra “stanzialità” dal momento che vivete in clausura?Si esprime nella dolcezza e nell’umiltà del cuore di Gesù. Lo avevano intuito i nostri fondatori, tanto che lo stemma dell’Ordine della Visitazione è il cuore di Gesù circondato dalla corona di spine e con due lance che lo trafiggono. È tutto fondato sull’amore, la dolcezza e l’umiltà, innanzitutto davanti a Dio e poi agli uomini. Gesù diceva infatti: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire”.Un monastero nel cuore di Milano che cosa rappresenta?È il motore propulsore dell’amore del Signore che dovrebbe essere richiamato a tutti gli uomini. Il monastero supplisce a ciò che gli altri non fanno: ringraziare il Signore, implorarlo, chiedergli perdono, offrirgli tutto l’amore possibile… Noi siamo qui non perché abbiamo dimenticato chi è “fuori”, ma per ricordarli meglio e di più. Preghiamo per tutte le situazioni (non solo per quelle che conosciamo) e le presentiamo al Signore dicendogli: “Tu sai dove c’è bisogno di riparare, di implorare, di ringraziare e di supplicare”. Molte persone si rivolgono a noi per chiedere preghiere telefonando o venendo qui, hanno bisogno a volte di parlare delle sofferenze che vivono in famiglia (con il marito, la moglie, i figli…) e noi le facciamo nostre. Adesso stiamo pregando anche per il fratello di una nostra Sorella perché è malato e per i suoi parenti, in particolare la madre, che potrebbe soffrirne di più.Come vi informate sulle situazioni del mondo?Noi riceviamo sempre l’“Osservatore Romano” e il quotidiano “Avvenire”, poi abbiamo qualche rivista missionaria. Le notizie le abbiamo sempre. Anche quando arrivano da fuori o le sentiamo alla radio preghiamo subito per le situazioni di sofferenza: sia per chi le procura (come una guerra) sia per le vittime e i parenti nel caso di un terremoto, poi cerchiamo di capire che cosa il Signore vuole dirci attraverso queste calamità.Quante monache conta la vostra comunità?Purtroppo adesso siamo soltanto 10, perché a marzo è morta una Sorella, come pure l’anno scorso. Negli ultimi dodici anni ne sono mancate 25-30. Inoltre non abbiamo avuto “ricambi”: diverse persone vorrebbero entrare, ma non hanno vera vocazione, vogliono solo “sistemarsi” e questo fa male a loro e a noi. Altre due invece sembrerebbero avere la vocazione, ma non sono ancora libere dagli impegni familiari, una ha la mamma malata di alzheimer e la seconda ha qualche difficoltà e prima di entrare deve sistemare tutto, altrimenti non è tranquilla. Il fondatore diceva: “Anche di età avanzata, ma che abbiano la capacità di vivere il minimo della Regola, purchè sia una vera vocazione”. E aggiungeva che devono essere “Non calzate nei piedi, ma scalzate nella testa”, cioè che “sappiano deporre il proprio io per accogliere l’obbedienza”. – – Comunità unita nella preghiera – Il monastero, uno scrigno d’arte

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