Nel maggio del 1995, a conclusione del Sinodo africano svoltosi a Roma, mons. Medardo Mazombwe fece tappa a Milano e rilasciò un'intervista a "Il Segno", che riproponiamo per l'attualità di alcuni passaggi

di Mauro COLOMBO
Redazione

Il ricordo di Giovanni Battista Montini, il primo Cardinale a mettere piede in Zambia nei primi anni Sessanta, l’uomo che diede un forte impulso alla missione ambrosiana in quelle terre, è ancora vivo in monsignor Medardo Mazombwe, Vescovo di Cipata, presidente della Conferenza episcopale zambiana. «Quando mi incontrava, da Papa, non dimenticava mai di chiedermi notizie dei preti di Chiurundu…».
Monsignor Mazombwe ha fatto tappa a Milano prima di tornare in Zambia dopo la conclusione del Sinodo africano, a cui ha partecipato con altri 150 presuli in rappresentanza dei 500 Vescovi del continente. «È stato un evento storico, che la Chiesa africana serberà a lungo nella propria memoria. Noi Vescovi ci siamo accostati al Sinodo con la sollecitudine di trovare una risposta pastorale al rapido incremento della presenza cattolica in Africa (92 milioni di credenti su un totale di 600 milioni di abitanti) e, insieme, con la preoccupazione di chi ha maturato nel proprio Paese esperienze diverse e quindi teme di non raggiungere una perfetta comunione d’intenti. Invece, l’entusiasmo con il quale ci siamo predisposti a questa sfida ci ha aiutato a essere concordi e unanimi».

Qual è l’eredità di questo Sinodo?
Il documento finale, nelle sue conclusioni, rispecchia le aree tematiche che hanno guidato i lavori. È stata ribadita l’importanza di procedere all’evangelizzazione con occhi, cuore e mentalità nuovi, nel rispetto del principio dell’inculturazione. Occorre sviluppare i rapporti tra le Chiese cristiane, le sette e i musulmani: gli integralisti vogliono spazzare via il Cristianesimo, e in questo il Sudan è una sorta di testa di ponte, ma ci sono esponenti moderati e ragionevoli con i quali è possibile dialogare. Ma si è discusso anche della situazione civile e sociale, delle esigenze di giustizia, di pace, di trasparenza nelle relazioni politiche. L’uomo africano vive spesso in condizioni subumane: bisogna fermare le guerre, liberare i prigionieri, sostenere i poveri. È un discorso che coinvolge anche il problema del debito pubblico che l’Africa ha nei confronti dell’Occidente: la Banca mondiale pone delle condizioni francamente immorali. Infine, il grande nodo dei mass media: l’evangelizzazione passa anche e soprattutto attraverso questi potenti mezzi di comunicazione: s’avverte l’urgenza di potenziare gli organi di stampa, sviluppare le traduzioni dei testi sacri, creare emittenti radiofoniche (i musulmani le hanno già) in grado di essere ascoltate in ogni Paese.

Quale sensazione raccolta nelle giornate romane riporterà nella sua terra?
In primo luogo, un’impressione di unità e di fraternità con la Chiesa universale e con quella africana in particolare: una grande famiglia, che cresce senza barriere. Quando parlerò alla mia gente, sono sicuro che userò le stesse parole che potrebbe usare un Vescovo, per esempio, della Nigeria. E poi un richiamo pressante a una profonda conversione dei cuori, che possa arricchirci e con la quale noi stessi possiamo arricchire il mondo intero. Paolo VI disse che noi Vescovi africani dovevamo essere missionari per i nostri popoli: ora possiamo esserlo anche fuori dell’Africa.

Durante il Sinodo, dall’Africa sono giunti segnali contraddittori: da una parte la tragedia del Ruanda, teatro di una feroce guerra tribale; dall’altra, le prime elezioni multirazziali in Sudafrica, che hanno sancito la fine dell’apartheid. Come interpretare quest’Africa a due volti?
Sono i luoghi della passione e della resurrezione di Cristo: il Ruanda rappresenta il Venerdì santo, il Sudafrica la Pasqua. Quando De Klerk, qualche anno fa, annunciò la fine dell’apartheid, ricordo che ero in volo proprio sopra il Sudafrica: allora mi parve incredibile, ma quel sogno si è tradotto in realtà. È per questo che dobbiamo nutrire speranza anche per il Ruanda, dove tra Tutsi e Hutu è in corso una "pulizia etnica" analoga a quella dell’ex Jugoslavia. Un ex presidente dello Zambia ha scritto questi versi: «Tutsi, voi siete stati creati a immagine di Dio/ Hutu, voi siete stati creati a immagine di Dio/ Voi tutti siete stati creati a immagine di Dio/ perché dunque vi uccidete l’ un l’altro?». Se diventeremo realmente consapevoli che ognuno è responsabile per il proprio fratello, allora la pace non sarà più solo una speranza. Il ricordo di Giovanni Battista Montini, il primo Cardinale a mettere piede in Zambia nei primi anni Sessanta, l’uomo che diede un forte impulso alla missione ambrosiana in quelle terre, è ancora vivo in monsignor Medardo Mazombwe, Vescovo di Cipata, presidente della Conferenza episcopale zambiana. «Quando mi incontrava, da Papa, non dimenticava mai di chiedermi notizie dei preti di Chiurundu…».Monsignor Mazombwe ha fatto tappa a Milano prima di tornare in Zambia dopo la conclusione del Sinodo africano, a cui ha partecipato con altri 150 presuli in rappresentanza dei 500 Vescovi del continente. «È stato un evento storico, che la Chiesa africana serberà a lungo nella propria memoria. Noi Vescovi ci siamo accostati al Sinodo con la sollecitudine di trovare una risposta pastorale al rapido incremento della presenza cattolica in Africa (92 milioni di credenti su un totale di 600 milioni di abitanti) e, insieme, con la preoccupazione di chi ha maturato nel proprio Paese esperienze diverse e quindi teme di non raggiungere una perfetta comunione d’intenti. Invece, l’entusiasmo con il quale ci siamo predisposti a questa sfida ci ha aiutato a essere concordi e unanimi».Qual è l’eredità di questo Sinodo?Il documento finale, nelle sue conclusioni, rispecchia le aree tematiche che hanno guidato i lavori. È stata ribadita l’importanza di procedere all’evangelizzazione con occhi, cuore e mentalità nuovi, nel rispetto del principio dell’inculturazione. Occorre sviluppare i rapporti tra le Chiese cristiane, le sette e i musulmani: gli integralisti vogliono spazzare via il Cristianesimo, e in questo il Sudan è una sorta di testa di ponte, ma ci sono esponenti moderati e ragionevoli con i quali è possibile dialogare. Ma si è discusso anche della situazione civile e sociale, delle esigenze di giustizia, di pace, di trasparenza nelle relazioni politiche. L’uomo africano vive spesso in condizioni subumane: bisogna fermare le guerre, liberare i prigionieri, sostenere i poveri. È un discorso che coinvolge anche il problema del debito pubblico che l’Africa ha nei confronti dell’Occidente: la Banca mondiale pone delle condizioni francamente immorali. Infine, il grande nodo dei mass media: l’evangelizzazione passa anche e soprattutto attraverso questi potenti mezzi di comunicazione: s’avverte l’urgenza di potenziare gli organi di stampa, sviluppare le traduzioni dei testi sacri, creare emittenti radiofoniche (i musulmani le hanno già) in grado di essere ascoltate in ogni Paese.Quale sensazione raccolta nelle giornate romane riporterà nella sua terra?In primo luogo, un’impressione di unità e di fraternità con la Chiesa universale e con quella africana in particolare: una grande famiglia, che cresce senza barriere. Quando parlerò alla mia gente, sono sicuro che userò le stesse parole che potrebbe usare un Vescovo, per esempio, della Nigeria. E poi un richiamo pressante a una profonda conversione dei cuori, che possa arricchirci e con la quale noi stessi possiamo arricchire il mondo intero. Paolo VI disse che noi Vescovi africani dovevamo essere missionari per i nostri popoli: ora possiamo esserlo anche fuori dell’Africa.Durante il Sinodo, dall’Africa sono giunti segnali contraddittori: da una parte la tragedia del Ruanda, teatro di una feroce guerra tribale; dall’altra, le prime elezioni multirazziali in Sudafrica, che hanno sancito la fine dell’apartheid. Come interpretare quest’Africa a due volti?Sono i luoghi della passione e della resurrezione di Cristo: il Ruanda rappresenta il Venerdì santo, il Sudafrica la Pasqua. Quando De Klerk, qualche anno fa, annunciò la fine dell’apartheid, ricordo che ero in volo proprio sopra il Sudafrica: allora mi parve incredibile, ma quel sogno si è tradotto in realtà. È per questo che dobbiamo nutrire speranza anche per il Ruanda, dove tra Tutsi e Hutu è in corso una "pulizia etnica" analoga a quella dell’ex Jugoslavia. Un ex presidente dello Zambia ha scritto questi versi: «Tutsi, voi siete stati creati a immagine di Dio/ Hutu, voi siete stati creati a immagine di Dio/ Voi tutti siete stati creati a immagine di Dio/ perché dunque vi uccidete l’ un l’altro?». Se diventeremo realmente consapevoli che ognuno è responsabile per il proprio fratello, allora la pace non sarà più solo una speranza.

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