Ha preso spunto dal brano sul seminatore tratto del Vangelo di Luca, il cardinale Tettamanzi, per il suo Discorso alla Città alla vigilia di S. Ambrogio, centrato su quanto funziona a Milano, per scoprirne il segreto e sostenerlo ulteriormente

di Pino NARDI
Redazione

«Cari amministratori, vorrei che tutte le componenti della nostra città si sentissero con voi responsabili di Milano così che possiate essere sempre meno “gestori” della cosa pubblica, meno sorveglianti dello status quo, meno rappresentanti di una parte e non di altre, ma sempre più strateghi del futuro della nostra città e del suo benessere complessivo. Nessun amministratore si consideri solo in questa missione: chi si occupa disinteressatamente del bene degli altri sappia che gode della stima mia personale, della comunità cristiana e di tutti i cittadini. Fare della nostra città un luogo coeso, solidale, comunicativo, aperto a tutti, dove il terreno è liberato dalle aridità, dai sassi e dai rovi che ne soffocano la fertilità, dove poter realizzare i progetti di vita più veri credo sia non un’utopia, ma un’impresa possibile e affascinante. Con la collaborazione di tutti, però. Nessuno escluso». Il cardinale Tettamanzi nella basilica di S. Ambrogio ha concluso così il suo Discorso alla Città. Un testo come sempre esigente rivolto in primo luogo agli amministratori pubblici, ma una riflessione che vale per ogni cittadino.
“Milano, una città dal terreno buono” è il titolo del Discorso che ha pronunciato in occasione della celebrazione vigiliare di Sant’Ambrogio, patrono della città di Milano e compatrono della Diocesi. L’Arcivescovo ha preso spunto dal brano del capitolo 8 del Vangelo di Luca in cui Gesù «davanti alla folla accorsa da ogni città per ascoltarlo» narra la “parabola del seminatore”, che «gettò la sua semente sulla strada, tra le pietre, tra i rovi e la terra buona». Tettamanzi sintetizza in questo Discorso i pilastri che hanno caratterizzato il proprio impegno pastorale in questi anni. Non nascondendosi nessuno dei problemi aperti, ma anche leggendoli con un animo pieno di speranza.
L’Arcivescovo innanzitutto loda e incoraggia chi a Milano già ora e in abbondanza lavora per il bene di tutti: un sentimento positivo che è molto diffuso nel testo. Ringrazia e inoltre chiede che sia onorata la memoria di tutti gli amministratori pubblici che si sono spesi per il bene dei milanesi. E indica che il nuovo terreno «in cui gettare il seme buono e nuovo – della giustizia, della carità, della pace – è il cuore, la mente, il vissuto quotidiano degli abitanti vecchi e nuovi di Milano. È il Vangelo in particolare a darci speranza: anche la parte infeconda della città, se coltivata premurosamente e attentamente, può giungere a dare frutto».

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