In tutte le parrocchie della diocesi festa di apertura dell'anno oratoriano 2010-11:�gli animatori ricevono il "mandato"

di Luisa BOVE
Redazione

Oggi in tutte le parrocchie giornata di Festa per l’apertura dell’anno oratoriano 2010-11. Durante la messa animatori, educatori, catechisti e allenatori riceveranno il “mandato” perché «nessuno educa a titolo personale, ma insieme si educa a nome della Chiesa e nella Chiesa», spiega don Samuele Marelli, responsabile del Servizio per i ragazzi, gli adolescenti e l’oratorio.

Quale sarà il tema dell’anno?
Lo slogan che abbiamo scelto “Anche tu così” è ripreso dal brano di Luca sul buon samaritano che fa da riferimento alla lettera pastorale dell’Arcivescovo. L’idea che ci sta dietro è anzitutto quella di richiamare la figura di san Carlo Borromeo come buon samaritano che ha interpretato la carità da tanti punti di vista, in particolare quello educativo. Infatti ha fondato le Scuole della Dottrina Cristiana, che erano i primi tentativi di oratorio. Vogliamo proporre una carità che educa, proprio all’inizio del decennio che la Chiesa italiana dedica all’educazione. Il tema è quello della santità: “Fa’ questo e vivrai”, dice Gesù e poi aggiunge: “Va’ e anche tu fai lo stesso”. Dobbiamo riconoscere che nel novero dei santi c’è posto per tutti, che la santità non è semplicemente un’immaginetta ingiallita o una statua polverosa, ma una possibilità concreta di beatitudine e una promessa di felicità per tutti.

Allora è possibile proporre anche ai più piccoli un cammino di santità?
Certamente. Oggi più che mai, perché il contesto in cui viviamo chiede di vivere la fede in un modo che non è abitudinario, ma dagli ampi orizzonti, compiendo anche scelte audaci e coraggiose. Il tentativo quindi è quello di non appiattire la proposta cristiana, ma di mostrarla in tutta la sua bellezza. Con uno slogan potremmo dire: o santi o niente!

Come l’oratorio può diventare “palestra di santità” per i ragazzi?
L’oratorio, dice l’Arcivescovo nel suo messaggio, è quella “locanda ospitale” nella quale il buon samaritano porta l’uomo ferito. Tutti noi possiamo essere buon samaritano come Gesù e san Carlo. L’oratorio vuole essere “palestra di santità” come la locanda ospitale che accoglie tutti con lo stile della carità che educa alla santità. Non mancano nella storia dell’oratorio, ambrosiano in particolare, figure di santità anche grandi, ma non mancano pure piccoli esempi quotidiani di santità vissuta.

Che cosa chiederebbe oggi san Carlo agli educatori? Quale sfida lancerebbe?
Certamente uno stile rigoroso, ma nel senso bello del termine. Rigore non significa rigidità, ma serietà e impegno che parte dal pensare insieme, progettare, programmare, attuare, prendersi cura, caricarsi sulle spalle… per usare l’immagine del buon samaritano. Non è semplicemente un fare, ma coinvolge tutta la persona. Forse oggi san Carlo indicherebbe agli educatori i verbi che caratterizzano l’azione del buon samaritano nei confronti dell’uomo ferito.

C’è un gesto che l’Arcivescovo suggerisce di compiere all’inizio dell’anno oratoriano e cioè che educatori, animatori, catechisti e allenatori vivano insieme una celebrazione penitenziale. Perché?
Il buon samaritano cura le ferite degli altri: ognuno di noi può fare lo stesso nella misura in cui si sente sanato da Dio che, come il buon samaritano, guarisce versando olio e vino (segni dei sacramenti) sulle nostre ferite. All’inizio dell’anno è importante che soprattutto coloro che sono chiamati a essere buoni samaritani, a prendersi cura degli altri, si lascino guarire da Dio e riconoscano che Dio è per noi, per ogni singolo educatore. Oggi in tutte le parrocchie giornata di Festa per l’apertura dell’anno oratoriano 2010-11. Durante la messa animatori, educatori, catechisti e allenatori riceveranno il “mandato” perché «nessuno educa a titolo personale, ma insieme si educa a nome della Chiesa e nella Chiesa», spiega don Samuele Marelli, responsabile del Servizio per i ragazzi, gli adolescenti e l’oratorio.Quale sarà il tema dell’anno?Lo slogan che abbiamo scelto “Anche tu così” è ripreso dal brano di Luca sul buon samaritano che fa da riferimento alla lettera pastorale dell’Arcivescovo. L’idea che ci sta dietro è anzitutto quella di richiamare la figura di san Carlo Borromeo come buon samaritano che ha interpretato la carità da tanti punti di vista, in particolare quello educativo. Infatti ha fondato le Scuole della Dottrina Cristiana, che erano i primi tentativi di oratorio. Vogliamo proporre una carità che educa, proprio all’inizio del decennio che la Chiesa italiana dedica all’educazione. Il tema è quello della santità: “Fa’ questo e vivrai”, dice Gesù e poi aggiunge: “Va’ e anche tu fai lo stesso”. Dobbiamo riconoscere che nel novero dei santi c’è posto per tutti, che la santità non è semplicemente un’immaginetta ingiallita o una statua polverosa, ma una possibilità concreta di beatitudine e una promessa di felicità per tutti.Allora è possibile proporre anche ai più piccoli un cammino di santità?Certamente. Oggi più che mai, perché il contesto in cui viviamo chiede di vivere la fede in un modo che non è abitudinario, ma dagli ampi orizzonti, compiendo anche scelte audaci e coraggiose. Il tentativo quindi è quello di non appiattire la proposta cristiana, ma di mostrarla in tutta la sua bellezza. Con uno slogan potremmo dire: o santi o niente!Come l’oratorio può diventare “palestra di santità” per i ragazzi?L’oratorio, dice l’Arcivescovo nel suo messaggio, è quella “locanda ospitale” nella quale il buon samaritano porta l’uomo ferito. Tutti noi possiamo essere buon samaritano come Gesù e san Carlo. L’oratorio vuole essere “palestra di santità” come la locanda ospitale che accoglie tutti con lo stile della carità che educa alla santità. Non mancano nella storia dell’oratorio, ambrosiano in particolare, figure di santità anche grandi, ma non mancano pure piccoli esempi quotidiani di santità vissuta.Che cosa chiederebbe oggi san Carlo agli educatori? Quale sfida lancerebbe?Certamente uno stile rigoroso, ma nel senso bello del termine. Rigore non significa rigidità, ma serietà e impegno che parte dal pensare insieme, progettare, programmare, attuare, prendersi cura, caricarsi sulle spalle… per usare l’immagine del buon samaritano. Non è semplicemente un fare, ma coinvolge tutta la persona. Forse oggi san Carlo indicherebbe agli educatori i verbi che caratterizzano l’azione del buon samaritano nei confronti dell’uomo ferito.C’è un gesto che l’Arcivescovo suggerisce di compiere all’inizio dell’anno oratoriano e cioè che educatori, animatori, catechisti e allenatori vivano insieme una celebrazione penitenziale. Perché?Il buon samaritano cura le ferite degli altri: ognuno di noi può fare lo stesso nella misura in cui si sente sanato da Dio che, come il buon samaritano, guarisce versando olio e vino (segni dei sacramenti) sulle nostre ferite. All’inizio dell’anno è importante che soprattutto coloro che sono chiamati a essere buoni samaritani, a prendersi cura degli altri, si lascino guarire da Dio e riconoscano che Dio è per noi, per ogni singolo educatore.

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