di Rita SALERNO
Redazione

Il mondo di oggi ha bisogno di sacerdoti che lo siano fino in fondo. Benedetto XVI, incontrando i 700 partecipanti, tra vescovi e sacerdoti, al convegno teologico internazionale promosso dalla Congregazione per il clero, ha ribadito che in un’epoca «incline a sfumare ogni tipo di concezione identitaria, da molti ritenuta contraria alla libertà e alla democrazia», bisogna avere ben chiara «la peculiarità teologica del ministero ordinato». È il valore del celibato, «dono di sé a Dio e agli altri», il punto centrale del suo intervento in cui ha invitato i sacerdoti a contrastare quei riduzionismi che vorrebbero trasformare il prete in una sorta di «operatore sociale». E ha poi aggiunto che «in un contesto di diffusa secolarizzazione, che esclude progressivamente Dio dalla sfera pubblica, e, tendenzialmente, anche dalla coscienza sociale condivisa, spesso il sacerdote appare “estraneo” al sentire comune, proprio per gli aspetti più fondamentali del suo ministero, come quelli di essere uomo del sacro, sottratto al mondo per intercedere a favore del mondo, costituito, in tale missione, da Dio e non dagli uomini».
Ai presenti il Pontefice ha ricordato che, è importante che la chiamata al sacerdozio «fiorisca nel carisma della profezia». Per poi tracciare l’identikit ideale dell’uomo di Dio oggi. «C’è grande bisogno di sacerdoti che parlino di Dio al mondo e che presentino a Dio il mondo; uomini non soggetti a effimere mode culturali, ma capaci di vivere autenticamente quella libertà che solo la certezza dell’appartenenza a Dio è in grado di donare».
L’identità del sacerdote, la sua chiamata a essere pastore e guida, ma anche il rapporto con i laici e la cultura contemporanea, il celibato e la castità come dono dello Spirito Santo sono stati gli argomenti dibattuti nell’ambito di questa iniziativa svoltasi presso la Pontificia Università Lateranense. Una due giorni di lavori intensi per riflettere ancora sul tema scelto da Benedetto XVI per questo anno sacerdotale sulle orme del Curato d’Ars.
Il futuro della Chiesa ha detto il cardinale Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, dipende in grandissima parte dall’operato dei sacerdoti. Non è questione di numeri – ha detto il porporato – ma di qualità della vita sacerdotale, che poggia anche su una costante e giusta formazione: «Praticamente, nella vita spirituale e religiosa, vale pienamente il principio: chi non progredisce, regredisce, va indietro. Il sacerdote, dunque, che non si perfeziona, praticamente, diventa sempre più debole, diventa sempre meno sacerdote. Allora, la formazione permanente del sacerdote è un elemento costitutivo dell’identità sacerdotale».
Al centro della prima sessione l’intervento del cardinale Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero, e la relazione del professor Real Tremblay, ordinario di teologia alla Pontificia Accademia Alfonsiana, incentrata sulla figura del presbitero per il quale è fondamentale coniugare l’essere con l’agire. Il mondo di oggi ha bisogno di sacerdoti che lo siano fino in fondo. Benedetto XVI, incontrando i 700 partecipanti, tra vescovi e sacerdoti, al convegno teologico internazionale promosso dalla Congregazione per il clero, ha ribadito che in un’epoca «incline a sfumare ogni tipo di concezione identitaria, da molti ritenuta contraria alla libertà e alla democrazia», bisogna avere ben chiara «la peculiarità teologica del ministero ordinato». È il valore del celibato, «dono di sé a Dio e agli altri», il punto centrale del suo intervento in cui ha invitato i sacerdoti a contrastare quei riduzionismi che vorrebbero trasformare il prete in una sorta di «operatore sociale». E ha poi aggiunto che «in un contesto di diffusa secolarizzazione, che esclude progressivamente Dio dalla sfera pubblica, e, tendenzialmente, anche dalla coscienza sociale condivisa, spesso il sacerdote appare “estraneo” al sentire comune, proprio per gli aspetti più fondamentali del suo ministero, come quelli di essere uomo del sacro, sottratto al mondo per intercedere a favore del mondo, costituito, in tale missione, da Dio e non dagli uomini».Ai presenti il Pontefice ha ricordato che, è importante che la chiamata al sacerdozio «fiorisca nel carisma della profezia». Per poi tracciare l’identikit ideale dell’uomo di Dio oggi. «C’è grande bisogno di sacerdoti che parlino di Dio al mondo e che presentino a Dio il mondo; uomini non soggetti a effimere mode culturali, ma capaci di vivere autenticamente quella libertà che solo la certezza dell’appartenenza a Dio è in grado di donare».L’identità del sacerdote, la sua chiamata a essere pastore e guida, ma anche il rapporto con i laici e la cultura contemporanea, il celibato e la castità come dono dello Spirito Santo sono stati gli argomenti dibattuti nell’ambito di questa iniziativa svoltasi presso la Pontificia Università Lateranense. Una due giorni di lavori intensi per riflettere ancora sul tema scelto da Benedetto XVI per questo anno sacerdotale sulle orme del Curato d’Ars.Il futuro della Chiesa ha detto il cardinale Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, dipende in grandissima parte dall’operato dei sacerdoti. Non è questione di numeri – ha detto il porporato – ma di qualità della vita sacerdotale, che poggia anche su una costante e giusta formazione: «Praticamente, nella vita spirituale e religiosa, vale pienamente il principio: chi non progredisce, regredisce, va indietro. Il sacerdote, dunque, che non si perfeziona, praticamente, diventa sempre più debole, diventa sempre meno sacerdote. Allora, la formazione permanente del sacerdote è un elemento costitutivo dell’identità sacerdotale».Al centro della prima sessione l’intervento del cardinale Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero, e la relazione del professor Real Tremblay, ordinario di teologia alla Pontificia Accademia Alfonsiana, incentrata sulla figura del presbitero per il quale è fondamentale coniugare l’essere con l’agire.

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