Il sociologo Aldo Bonomi, che sta conducendo una ricerca sull'iniziativa, riflette sulla "provocazione" culturale

di Pino NARDI
Redazione

«C’è un grande bisogno che la politica si occupi anche di questi aspetti. Mi pare che nell’agenda molto spesso non ci sono e questo è uno dei limiti che allontana la politica dai soggetti sociali. Il Fondo del Cardinale è come se fosse una provocazione interrogante rispetto alla politica». Aldo Bonomi, sociologo, direttore del Consorzio Aaster, riflette sull’esperienza nata oltre un anno fa per volontà del cardinale Tettamanzi. Un contributo concreto verso chi patisce la crisi sulla propria pelle, ma anche una positiva provocazione per un salto di qualità della politica e dell’economia. Sono tutti temi contenuti nell’indagine sul Fondo Famiglia-Lavoro che Bonomi sta conducendo in questi mesi.

In cosa consiste la ricerca che sta realizzando?
È importante partire da questa positiva esperienza del Fondo lanciata dal Cardinale che ha mobilitato le strutture di tutti i Decanati. È una formula di solidarietà dentro la crisi estremamente importante, oggi una delle esperienze nel Paese di attenzione ai grandi temi della società. Non è una ricerca accademica, ma una ricerca-azione che serve a restituire, in primo luogo a tutti quelli che hanno fatto il lavoro, ma soprattutto alla comunità ecclesiale, alla Diocesi, i dati e una riflessione ulteriore. Vengono elaborati i dati quantitativi, poi si farà un lavoro di interviste in profondità agli operatori che hanno discusso con queste famiglie, cercando di capirne i bisogni, le solitudini, i problemi che emergono dentro la crisi. Da tutto questo quadro si farà un grande momento di riflessione.

Quanto la crisi sta colpendo le famiglie nella Diocesi? Si sta cominciando a uscire dal tunnel?
Starei molto attento nel commentare la crisi. Dobbiamo sempre tener presente che le onde lunghe nell’economia non vanno in sintonia con quelle del sociale. Mi spiego: abbiamo avuto l’onda lunga della crisi economica che è iniziata nel tardo 2008, con l’esplosione della crisi finanziaria, ma non ha avuto da subito il suo impatto sociale, era soprattutto evocata e discussa dagli analisti finanziari e dai giornali che si occupano di economica. Il vero problema è che nel 2009 la crisi è atterrata drammaticamente sul territorio: partendo dalle dinamiche finanziarie è diventata crisi che ha investito il tessuto produttivo, manifatturiero e le imprese. Il 2010 è l’anno in cui l’impatto sociale della crisi si sente. Quindi stiamo molto attenti a pensare che è bastato essere solidali e operosi nel 2009, perché l’onda lunga della crisi sociale arriva oggi. Possono esserci segnali di risalita, ma sono lenti. Questa crisi ha distrutto punti di Pil e anche se qualcuno dice che è in atto, la risalita non ha subito benefici redistributivi. È perciò molto importante anche per tutto quest’anno avere una grande attenzione sociale. Facendo solo l’esempio della cassa integrazione: se uno ha cominciato nel 2009, gli ammortizzatori sociali continuano a tenere, ma lentamente arrivano quei problemi di cui il Fondo del Cardinale si occupa, come gli affitti, i figli, i servizi.

Questa iniziativa ha anche un valore simbolico, di stimolo per la società civile e politica?
Intanto ha un valore concreto, di solidarietà immediata. Tuttavia assegno maggiore importanza al valore interrogante sui grandi temi della solidarietà, della coesione sociale, della solitudine. È un sasso in uno stagno che si allarga ad ampi cerchi, un gesto che se ne porta dietro tanti altri. Un esempio: un primo sasso dice che bisogna occuparsi del tuo prossimo in difficoltà. Poi incomincia a farti leggere chi è questo tuo prossimo (famiglie italiane e di immigrati) facendo vedere una nuova composizione sociale. Terzo punto, emerge una crisi delle classi medie. Ma è un discorso interrogante anche dal punto di vista culturale e politico: è un gesto emblematico, estremamente significativo, tanto è vero che è stato ripreso da altre strutture. Si è rafforzato anche con fondi più consistenti come ad esempio quello della Fondazione Cariplo, dicendo alla Milano operosa che è anche suo compito occuparsi della solidarietà.

Ma anche perchè viene alimentato dalla gente…
Esatto, questo mi pare un dato significativo. È alimentato da piccole offerte, ma anche intermedie di donatori. Ci sono esempi di famiglie che in occasione delle feste per il Battesimo o per la Cresima invece dei regali hanno donato i soldi al Fondo del Cardinale.

Come dovrebbe rispondere la politica a queste sollecitazioni?
Su questo non posso che rispondere con la frase del mio amico filosofo Massimo Cacciari: in un libro scrive che “far politica oggi significa dire al tuo prossimo che non è solo”. Allora credo che ci sia una dimensione della politica con la p minuscola che non significa solo guardare alla politica come potere, istituzione, scontro e conflitto. Ma c’è anche una politica in orizzontale, che deve ricostruire le basi sociali delle forme di convivenza. Se la crisi e la povertà le fanno venir meno, allora non c’è una buona politica.

L’altro aspetto è quello culturale, educativo sulla sobrietà…
La crisi è determinata da chi pensava che attraverso la finanziarizzazione del nostro quotidiano saremmo riusciti ad ottenere tutto ciò che il mercato offriva. Si è capito che questo discorso ha due limiti: uno che la finanziarizzazione non è in grado di produrre inclusione; secondo, che è tutto mercato. È il concetto che il Cardinale ha espresso molto meglio di me, che la sobrietà non significa pauperismo, ma essere in grado di scegliere all’interno degli innumerevoli input che il mercato ci pone. Quindi questa crisi ci interroga anche sugli stili di vita invitandoci a una scelta.

Stimola la Milano individualista ad aprire il proprio orizzonte?
Sì, ma soprattutto ci dice un passaggio molto importante: dalla società del ’900 con mezzi scarsi ma con fini certi (avere la casa di proprietà, un lavoro stabile, fare studiare i figli) siamo passati – e la crisi ha scavato dentro questo – a una società con mezzi iperabbondanti (denaro a basso costo, internet company, viaggi low cost, consumi) e fini totalmente incerti. Il vero problema è che dato che è esplosa la bolla calda dei mezzi iperabbondanti, la crisi induce a ragionare anche sulla necessità di ricostruire i fini a partire da solidarietà e sobrietà.

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