L'esperienza dell'Istituto di custodia attenuata per madri detenute, che l'Arcivescovo visiterà il 23 dicembre

di Luisa BOVE
Redazione

A guardarli da fuori sembrano anche felici, giocano e litigano come tutti i bambini, ma la realtà è più complessa. Sono i figli dei detenuti, che per fortuna – grazie a un progetto pilota nato a Milano e sostenuto da Provincia, Comune e Regione Lombardia – non vivono più in carcere. Quattro anni fa infatti è nato l’Istituto di custodia attenuata per madri detenute (Icam), come sezione distaccata di San Vittore. È lì che ora vivono i bambini da zero a tre anni insieme alle loro madri che devono scontare una pena. Una struttura senz’altro più accogliente rispetto a un carcere tradizionale e a misura di bambino: non esistono sbarre (anche se non mancano i controlli all’ingresso) e gli agenti penitenziari, spesso donne, sono tutti in borghese. I bambini non sono reclusi e infatti la maggior parte di loro al mattino frequenta il nido comunale dove vengono accompagnati dagli educatori o dai volontari di “Telefono azzurro”. Già questo fa la differenza, perché il piccolo non avrà mai la gioia di uscire con la mamma e magari farsi comprare una merendina o un gioco. Nel pomeriggio i bambini tornano a “casa” e le madri possono decidere se mandarli ancora fuori con l’operatore o al parco nella bella stagione; viceversa i minori rimangono all’interno della struttura.
Nel week end le cose cambiano (non per la madre naturalmente), infatti i bambini hanno la possibilità di trascorrere due giorni all’esterno, sempre che abbiano un papà o i nonni disposti a venirlo a prendere e portarlo a casa loro.
Oggi l’Icam ospita 9 mamme con relativi figli, ma spesso c’è chi ne ha altri fuori. Si tratta di donne molto giovani, mediamente tra i 19 e i 26 anni, sia italiane sia straniere, provenienti soprattutto dall’Europa dell’Est (Croazia e Romania) e dall’Africa. Di solito le detenute trascorrono in questa struttura anche pochi giorni o mesi perché alcune pene – come per il furto – sono davvero brevi.
In ogni caso la detenzione per le donne all’Icam dura al massimo 3 anni, perché il figlio, al compimento dei 36 mesi di età, per legge deve lasciare la struttura: nella migliore delle ipotesi viene affidato al padre o ai nonni oppure ad altri parenti disponibili, ma se non c’è nessuno il suo destino è la comunità. Intanto la donna torna in un carcere tradizionale, a San Vittore, Bollate o in altri istituti penitenziari.
Il terzo compleanno quindi non è mai una festa, ma un dramma, perché il bambino viene letteralmente “strappato” alla madre dopo aver vissuto con lei un rapporto simbiotico per mesi o addirittura anni. L’attaccamento alla madre è fortissimo, quasi morboso, e sono entrambi a soffrire il distacco forzato. Le mamme recluse all’Icam non sono grandi educatrici e tendono spesso a viziare i loro figli, non avendo molto da offrire. A guardarli da fuori sembrano anche felici, giocano e litigano come tutti i bambini, ma la realtà è più complessa. Sono i figli dei detenuti, che per fortuna – grazie a un progetto pilota nato a Milano e sostenuto da Provincia, Comune e Regione Lombardia – non vivono più in carcere. Quattro anni fa infatti è nato l’Istituto di custodia attenuata per madri detenute (Icam), come sezione distaccata di San Vittore. È lì che ora vivono i bambini da zero a tre anni insieme alle loro madri che devono scontare una pena. Una struttura senz’altro più accogliente rispetto a un carcere tradizionale e a misura di bambino: non esistono sbarre (anche se non mancano i controlli all’ingresso) e gli agenti penitenziari, spesso donne, sono tutti in borghese. I bambini non sono reclusi e infatti la maggior parte di loro al mattino frequenta il nido comunale dove vengono accompagnati dagli educatori o dai volontari di “Telefono azzurro”. Già questo fa la differenza, perché il piccolo non avrà mai la gioia di uscire con la mamma e magari farsi comprare una merendina o un gioco. Nel pomeriggio i bambini tornano a “casa” e le madri possono decidere se mandarli ancora fuori con l’operatore o al parco nella bella stagione; viceversa i minori rimangono all’interno della struttura.Nel week end le cose cambiano (non per la madre naturalmente), infatti i bambini hanno la possibilità di trascorrere due giorni all’esterno, sempre che abbiano un papà o i nonni disposti a venirlo a prendere e portarlo a casa loro.Oggi l’Icam ospita 9 mamme con relativi figli, ma spesso c’è chi ne ha altri fuori. Si tratta di donne molto giovani, mediamente tra i 19 e i 26 anni, sia italiane sia straniere, provenienti soprattutto dall’Europa dell’Est (Croazia e Romania) e dall’Africa. Di solito le detenute trascorrono in questa struttura anche pochi giorni o mesi perché alcune pene – come per il furto – sono davvero brevi.In ogni caso la detenzione per le donne all’Icam dura al massimo 3 anni, perché il figlio, al compimento dei 36 mesi di età, per legge deve lasciare la struttura: nella migliore delle ipotesi viene affidato al padre o ai nonni oppure ad altri parenti disponibili, ma se non c’è nessuno il suo destino è la comunità. Intanto la donna torna in un carcere tradizionale, a San Vittore, Bollate o in altri istituti penitenziari.Il terzo compleanno quindi non è mai una festa, ma un dramma, perché il bambino viene letteralmente “strappato” alla madre dopo aver vissuto con lei un rapporto simbiotico per mesi o addirittura anni. L’attaccamento alla madre è fortissimo, quasi morboso, e sono entrambi a soffrire il distacco forzato. Le mamme recluse all’Icam non sono grandi educatrici e tendono spesso a viziare i loro figli, non avendo molto da offrire.

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