Gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio

di Ernesto DIACO
Redazione

“Servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo”. Benedetto XVI vede così l’impegno abituale che la Chiesa italiana conduce nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti. Lo dice davanti a una piazza San Pietro incapace di contenere tutti, domenica scorsa, per la commovente manifestazione di solidarietà e di affetto promossa dalle aggregazioni laicali. E facilmente lo ripeterà fra pochi giorni, incontrando i vescovi della Conferenza episcopale riuniti in assemblea, dal 24 al 28 maggio, per approvare gli orientamenti pastorali del prossimo decennio sull’educazione. “Servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo”: non è forse questa la radice dell’impegno formativo portato avanti con gratuità e fatica nelle comunità cristiane?
È passato un anno da quando i vescovi indicarono il tema; adesso è il momento di dare seguito a quella scelta pubblicando un documento che accompagni nella verifica e nel rinnovamento dei percorsi educativi. Allora il cardinale Bagnasco, introducendo i lavori assembleari, aveva richiamato l’atteggiamento di rinuncia che caratterizza molti genitori e insegnanti, così come la serietà della posta in gioco: la felicità delle giovani generazioni e il bene della società. Ora è il tempo della fiducia, dell’intelligenza e della passione educativa. E delle “alleanze” con tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’uomo e della nostra storia.
In questi mesi, in realtà, le riflessioni non sono mancate. Sull’educazione si trovano pagine importanti già nel documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno” e nel testo preparatorio della prossima Settimana sociale, diffuso appena qualche giorno fa. Nell’agenda ecclesiale italiana educare è una priorità ineludibile, una declinazione della missione, un servizio che viene da lontano. Una sfida, per dirla col rapporto-proposta pubblicato dal Comitato per il progetto culturale. Perché il problema dell’educazione è in realtà il problema dell’essere uomo nella società di oggi.
È uno snodo delicato, dunque, quello in cui i cattolici italiani scelgono di restare e di procedere; un terreno minato in cui non mancano le diversità di approccio, le delusioni e i rischi di fallimento, ma anche gli spazi per nuovi incontri e collaborazioni. Dentro e fuori le mura di casa. Si tratta certo di una strada obbligata, dopo che il quarto convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Verona nel 2006, ha visto i cattolici italiani concordi nel dire che la parola cristiana ha bisogno oggi dell’alfabeto della vita affettiva, del lavoro e della festa, della fragilità, del dialogo intergenerazionale, della cittadinanza.
Un documento di prospettive pastorali, come quello che uscirà dalla prossima assemblea dei vescovi, non è un prontuario di risposte o di regole da applicare quando suona l’allarme. Né dispensa dalla fatica di continuare a pensare, di verificarsi con umiltà e di progettare localmente. Si offre, prima di tutto, come una testimonianza di comunione ecclesiale: la Chiesa italiana, nella sua articolazione e pluralità, sa sincronizzare gli intenti e far convergere gli sforzi. Guarda alla vita delle persone e dei territori con lo stesso sguardo di vicinanza partecipe e responsabilità operosa. Altre carte da leggere e citare? Mettiamola così: una mappa per un nuovo tratto di cammino da fare insieme. “Servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo”. Benedetto XVI vede così l’impegno abituale che la Chiesa italiana conduce nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti. Lo dice davanti a una piazza San Pietro incapace di contenere tutti, domenica scorsa, per la commovente manifestazione di solidarietà e di affetto promossa dalle aggregazioni laicali. E facilmente lo ripeterà fra pochi giorni, incontrando i vescovi della Conferenza episcopale riuniti in assemblea, dal 24 al 28 maggio, per approvare gli orientamenti pastorali del prossimo decennio sull’educazione. “Servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo”: non è forse questa la radice dell’impegno formativo portato avanti con gratuità e fatica nelle comunità cristiane?È passato un anno da quando i vescovi indicarono il tema; adesso è il momento di dare seguito a quella scelta pubblicando un documento che accompagni nella verifica e nel rinnovamento dei percorsi educativi. Allora il cardinale Bagnasco, introducendo i lavori assembleari, aveva richiamato l’atteggiamento di rinuncia che caratterizza molti genitori e insegnanti, così come la serietà della posta in gioco: la felicità delle giovani generazioni e il bene della società. Ora è il tempo della fiducia, dell’intelligenza e della passione educativa. E delle “alleanze” con tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’uomo e della nostra storia.In questi mesi, in realtà, le riflessioni non sono mancate. Sull’educazione si trovano pagine importanti già nel documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno” e nel testo preparatorio della prossima Settimana sociale, diffuso appena qualche giorno fa. Nell’agenda ecclesiale italiana educare è una priorità ineludibile, una declinazione della missione, un servizio che viene da lontano. Una sfida, per dirla col rapporto-proposta pubblicato dal Comitato per il progetto culturale. Perché il problema dell’educazione è in realtà il problema dell’essere uomo nella società di oggi.È uno snodo delicato, dunque, quello in cui i cattolici italiani scelgono di restare e di procedere; un terreno minato in cui non mancano le diversità di approccio, le delusioni e i rischi di fallimento, ma anche gli spazi per nuovi incontri e collaborazioni. Dentro e fuori le mura di casa. Si tratta certo di una strada obbligata, dopo che il quarto convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Verona nel 2006, ha visto i cattolici italiani concordi nel dire che la parola cristiana ha bisogno oggi dell’alfabeto della vita affettiva, del lavoro e della festa, della fragilità, del dialogo intergenerazionale, della cittadinanza.Un documento di prospettive pastorali, come quello che uscirà dalla prossima assemblea dei vescovi, non è un prontuario di risposte o di regole da applicare quando suona l’allarme. Né dispensa dalla fatica di continuare a pensare, di verificarsi con umiltà e di progettare localmente. Si offre, prima di tutto, come una testimonianza di comunione ecclesiale: la Chiesa italiana, nella sua articolazione e pluralità, sa sincronizzare gli intenti e far convergere gli sforzi. Guarda alla vita delle persone e dei territori con lo stesso sguardo di vicinanza partecipe e responsabilità operosa. Altre carte da leggere e citare? Mettiamola così: una mappa per un nuovo tratto di cammino da fare insieme.

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